Streghe e lupi mannari nella notte di Natale

di Michele Giuliano Miti e leggende mi hanno sempre affascinato. La cultura più profonda di ogni popolo credo non ne possa fare a meno. Quando poi il mito o la leggenda tocca l’oscuro, la superstizione, è ancora più intrigante. Credo che nessuno sappia come origina un mito, come nasca una leggenda. Si parte sempre da tempi lontanissimi e da tradizione orale. Fino a che qualcuno non ne fissa sulla carta i fondamentali. E’ stato così anche per le grandi opere di Omero, Iliade e Odissea, e così sarà ancora in questi tempi di computer e di internet. Ora senza nulla togliere ai grandi miti e ai Classici citati, mi piacerebbe per esempio cercare di illustrare le leggende “oscure” legate alla ricorrenza del Natale. Il Natale, in effetti, è una ricorrenza cristiana che si è sovrapposta a precedenti ricorrenze pagane. Una per tutte la festività del solstizio d’inverno! Ma questo, ora, poco importa. Importa invece notare che questa festività è ricca di magia, di credenze e di superstizioni. Ve ne ricorderò alcune. E’ proprio in questa notte che è possibile trasmettere “il potere” di togliere il malocchio. E’, infatti, credenza diffusa che solo in questa notte coloro che possiedono questo e altri simili “magici poteri” possano trasmetterli ad altra persona da loro stessi “prescelta”. E questo è solo l’inizio!  Nella notte di Natale non bisogna litigare con nessuno perché “porta male”. Non bisogna scopare la casa, ma se proprio bisogna farlo, si deve radunare tutto lo sporco al centro della casa, raccoglierlo e non buttarlo fuori altrimenti i problemi, i segreti vostri e della vostra famiglia diventeranno di dominio pubblico. Se per cena avete mangiato del pesce, conservatene di nascosto una lisca, vi porterà denaro. Un po’ come le lenticchie a Capodanno. Se qualcuno in famiglia soffre di mal di schiena,

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Startrail e timelapse del passaggio della ISS (Stazione Spaziale Internazionale) sulla Provincia di Foggia – 24 dicembre 2014

di Domenico Sergio Antonacci Alle 18.20 circa nei cieli italiani c’è stato uno dei tanti passaggi della Stazione Spaziale Internazionale a bordo della quale dove c’è l’italiana Samantha Cristoforetti.  Nell’immagine seguente, in giallo, la traiettoria della ISS (a 400km di quota) che è passata precisamente sopra la nostra provincia. La linea in giallo è la traiettoria della Stazione Spaziale Internazionale sopra il Molise e Provincia di Foggia Ho provato a fotografarla con discreti risultati con la mia apparecchiatura fotografica non adatta allo scopo…ma per lo meno si vede. Qui un mezzo startrail; la scia è la posizione della ISS a distanza di alcuni secondi; il paese sotto il cielo è Carpino. La tecnica dello startrail consente di disegnare la scia dell’oggetto interessato sovrapponendo più fotografie scattate in sequenza. E pensare che lì su c’è la fava di Carpino..(clicca qui per saperne di più)  Ho fatto anche un brevissimo timelapse. Consiglio la visione almeno in HD (meglio Full HD)    Per chi volesse seguire gli spostamenti della ISS e scoprire i prossimi passaggi sull’Italia AGGIORNAMENTO 27 DICEMBRE: SAMANTHA CRISTOFORETTI FOTOGRAFA IL GARGANO  

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Il luogotenente di Peschici che diede il suo nome ad una baia in Argentina (errata corrige: Chile) + AGGIORNAMENTI

di Domenico Sergio Antonacci In Argentina la baia Libetta prende il nome dal peschiciano Pasquale Libetta, luogotenente di vascello di 1ª classe e ufficiale in 2ª, in navigazione, al tempo, 1867, sulla nave pirocorvetta Magenta (http://it.wikipedia.org/wiki/Magenta_%28pirocorvetta%29). Lo scopo della navigazione era quello di fare delle rilevazioni idrografiche dei canali dell’Argentina. Ho provato a cercare su Google la baia suddetta..ma senza successo. Che abbia cambiato nome negli anni? AGGIORNAMENTO 4 FEBBRAIO 2015: Ci scrive, nei commenti sottostanti, Giorgio Ardrizzi, esperto di navigazioni storiche in Patagonia. Grazie a lui ora sappiamo dove si trova la baia Libetta, oggi chiamata Bahia Liberta, e situata in Chile, non in Argentina come riportato in precedenza. Una cronaca degli anni ’40 vede citata la baia: El montaje de la virgen sobre el pedestal, de casi 2 metros de altura, fue hecho por el R.A.M. COLO COLO a fines de marzo de 1949, siendo su Comandante el Capitán de Corbeta don Sergio Vattier Bañados y su 2° Comandante el Teniente 2° don Carlos Borrowmann Sanhueza. El 3er. Oficial era el Subteniente don Ricardo Abbot Aguirre, quien fue comisionado por su comandante para retirar la virgen de la iglesia Don Bosco, transportarla a bordo y trincarla “dignamente” para la mar sobre una tarima de madera fabricada especialmente sobre el cubichete de la máquina. En el Parte de Viaje de dicha comisión se lee textualmente: “El 30 de marzo a las 06:10 zarpa de Bahía Liberta a Angostura Inglesa… Se procede a desembarcar la virgen “Stella Maris”, la que es llevada al islote Clío. Una vez dejada en tierra y con la maniobra lista para colocarla sobre el pedestal, sobre el que se construyó una pirámide de concreto armada para afirmar la estatua a su pedestal, se dirige a bajo Capac… el 31 de marzo a las 08:00 zarpa

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Apricenesi povera gente ma….

di Martino N. Specchiulli Il mio Maestro, il compianto Leonardo Tedesco, amava raccontare un aneddoto sugli usi gastronomici ed “igienici” di Apricena nell’immediato dopo-guerra . Nell’edifizio scolastico “TORELLI”, a guerra finita, alloggiava una guarnigione di Inglesi. Il loro Ufficiale, un distinto signore, visto che si era in estate, dopo aver pranzato faceva una passeggiata per gli stretti vicoli del nostro centro storico, cercando un po’ d’ombra.  A quell’ora il popolo di Apricena si apprestava ancora a preparare il proprio frugale pasto, che il più delle volte era costituito o dalla “acqua sale ” o dal più nobile “pancotto”. Siccome le case dei più umili erano costituite da “bassi “ di uno o al massimo due vani, era consuetudine delle donne, anche per mantenere più fresco l’interno dell’abitazione, mondare e sbollentare le verdure davanti il proprio uscio di casa, “ annanz’ ‘u liscjie mì “, o al centro del vicolo e tra una chiacchiera e l’altra con le vicine si collaborava alla preparazione del pasto , usanza questa che garantiva un piatto di minestra anche a quelle donne che quel giorno non avevano racimolato nulla per il pranzo.  L’Ufficiale Inglese, avendo più volte osservato la preparazione di questi piatti, un giorno fece il seguente commento : ” Apricenesi povera gente, ma molto puliti, lavare anche il pane prima di mangiare ! “ , ignorando che quella preparazione non era tanto una norma igienica ma l’esigenza di ammorbidire, di spugnare il pane raffermo diventato ormai duro come il lastricato dei vicoli della Chiesa Madre. Questo aneddoto serviva al nostro Maestro sia per schernire i nostri vicini Sanseveresi ” gente scjocche e truzzulose” , e sia noi ragazzi quando o qualcuno non apprezzava le fette di pane e marmellata o il panino con la “televisione” che la mamma preparava per colazione o merenda,

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Il mestiere del “capëllerë”, quando si vendevano i…capelli !

di Michele Giuliano   Giovanotti piangete, piangete, han tagliato i miei biondi capelli, tu lo sai che eran ricci eran belli, giovanotti piangete con me! Mia madre aveva dei capelli bellissimi. molto ricci e lunghi e di colore biondo scuro. Era veramente uno spettacolo vederla pettinarsi, specialmente nelle giornate d’estate, quando il sole rendeva i capelli ancora più splendenti ed il vento li muoveva con delicatezza. Si sedeva sulla piccola sedia con la seduta in paglia, appoggiava una asciugamani sulle spalle e scioglieva i capelli lunghi e fluenti. A quel punto la nonna e, alla sua scomparsa, mia sorella, si metteva alle spalle della mamma e con “a scatén” cominciava a pettinare i capelli lisciandoli. Vi dirò che in quel tempo pettinare i capelli delle donne era un vero e proprio “mestiere” perché le acconciature richiedevano molta abilità. Bisognava essere bravi già nel pettinarli cercando di non farli spezzare e poi bisognava stenderli facendo una treccia che poi veniva raccolta sul capo arrotolandola in modo da formare un tupé – u tùpp. Ricordo che certe acconciature, soprattutto in occasione di matrimoni o delle festività, erano dei veri capolavori. Non tutti però potevano permettersi di ricorrere all’opera di quella che era una vera professionista a domicilio, “a cap’llér”, il più delle volte questo compito era svolto da una amica, da una vicina o da una della famiglia. Era comunque inevitabile che nell’operazione, molti capelli, spezzandosi rimanessero attaccati alla “scatén”. Bene, questi capelli spezzati non andavano persi ma venivano accuratamente “s-catenati” cioè tolti delicatamente dal pettine e raccolti in carta di giornale. Insieme ai capelli così raccolti si conservavano anche le trecce delle bambine quando si decideva di tagliarle perché troppo lunghe. Si attorcigliavano insieme a gomitolo e si “stipavano” in carta di giornale. Per farne cosa, vi starete chiedendo? E’ presto

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