Attrattive naturali e turismo…quando l’ottica è sbagliata

A chi intraprende l’iniziativa dell’insediamento turistico, le attrattive naturali interessano come mezzo di adescamento pubblicitario, come incentivo al formarsi di una certa clientela.  Una volta ottenuto il successo in questa fase e messo in moto il meccanismo della confluenza per abitudine, imitazione e conformismo sociale, la natura non serve più, e può tranquillamente essere distrutta per aumentare la capacità ricettiva del luogo, diventato ormai di moda.   Succede la degradazione e il declassamento, ma tutto è previsto. Da luogo di èlite se ne fa luogo per classi medie, conservando alla nuova clientela l’illusione che l’accedere a quel santuario, una volta intangibile, rappresenti un gradino nella scala sociale.  Quando nemmeno questo tipo di adescamento funziona più, la speculazione turistica si ammanta di demagogia, e diventa sostenitrice del turismo di massa. A conclusione del processo, il capitale ha dato il suo frutto, valori naturali irrecuperabili sono andati distrutti, nessun fine sociale è stato raggiunto, e resta un ambiente totalmente squalificato, una verminaia caotica, fonte di infelicità, disagio e infinita alienazione.  Carattere saliente di questo tipo di insediamento è la corsa ad arraffare la prima linea, cioè la fascia immediatamente prospiciente il mare, quindi l’esclusione degli altri dal suo godimento, la rottura della continuità tra spiaggia e entroterra (accentuata dalle strade litoranee), la riduzione della godibilità dell’insediamento a due-tre mesi all’anno, con parallela riduzione sia nello spazio che nel tempo del reddito economico, la distruzione della potenzialità turistica dell’intera zona. da Il mare proibito 1964 Grazie a Lazzaro Santoro Leggi anche la storia del turismo garganico ARRESTI E SEQUESTRI, GARGANO RECORD ABUSIVISMO

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Il tour di “Canti e suoni della tradizione di Carpino” inizia stasera a Foggia

Mini tour di Presentazione del CD “Canti e suoni della tradizione di Carpino” Nella prima settimana di dicembre l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival propone quattro mini eventi in Capitanata. Da giovedì 8 a domenica 11 dicembre sarà presentato “Canti e suoni della tradizione di Carpino” il doppio CD con libretto contenente la campagna di registrazione e documentazione promossa dal Carpino Folk Festival e curata da Pio Gravina e Enrico Noviello. Giovedì 8 Dicembre FOGGIA libreria UBIK ore 19    Venerdì 9 Dicembre SAN GIOVANNI R.do – CALA LA SERA ore 19 Sabato 10 Dicembre VICO DEL GARGANO – IL TRAPPETO ore 19 Domenica 11 Dicembre APRICENA – RETRO’ ore 19 Quando per vecchiaia se ne saranno andati anche gli ultimi cantatori, pastori e contadini nati negli anni ’20, non ci sarà più modo di poter ascoltare dal vivo la musica di tradizione e capire quindi da quale mondo tutti noi proveniamo. Negli ultimi anni, Gravina e Noviello hanno registrato le voci e i suoni di uno dei corpus musicali della tradizione agricolo-pastorale più interessante di tutta Italia, in particolare per le forme musicali di serenata e di ballo. Il canto di serenata è proprio di gruppi sociali piuttosto chiusi, caratterizzati da una certa povertà materiale, e da vissuti in cui la furbizia (l’essere cazzingulë, cioè furbi, coraggiosi, dritti) è parte integrante delle relazioni sociali, e spesso conditi da racconti notturni: racconti di chitarre sfasciate, di morti ammazzati, di furti, di agguati, di onore, di coraggio e di malandrini. A rappresentare questo mondo il canto pulito e potente di Michele Maich Maccarone detto Farfonë, fratello del più famoso e compianto Antonio dei Cantori di Carpino, e che come lui ha passato diversi anni da emigrato, prima in Germania e poi a Milano. Maich soltanto recentemente ha mostrato il desiderio di ri-cantare

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Foto di alcune bizzarre “maschere apotropaiche” nelle campagne del Gargano

Foto concesse gentilmente da Fiore Barbato Lucera, maschera apotropaica Al termine della costruzione di opere edili quali casa, masseria, edifici pubblici e religiosi, era consuetudine, arrivata fino a noi dalle culture greche e romane, porre sull’architrave, alla sommità del portone oppure in altro luogo ben esposto agli sguardi altrui, una maschera in pietra, in terracotta oppure in legno scolpito. Si riteneva, e spesso si ritiene ancora che servisse per tenere lontano dalla costruzione il malocchio e gli spiriti maligni. Molto spesso era rappresentata nella maschera una figura demoniaca, con la lingua esposta, con corna vistose sulla fronte e comunque in atteggiamento minaccioso.  Cercone, Franco, Esibizione fallica della lingua in mascheroni peligni , “Lares“, Anno XLI, n° 3-4, Bari 1975. Le bizzarre maschere apotropaiche di oggi invece (foto scattate da Fiore Barbato nella Valle di Stignano, San Marco in Lamis): A voi quale inquieta di più?!

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