La storia della Capitanata e del Promontorio del Gargano viene spesso raccontata attraverso le lenti dell’archeologia, dei pellegrinaggi o delle grandi dinastie. Esistono però eventi singolari, quasi dimenticati, in cui la grande storia militare si è intrecciata brutalmente con l’economia pulsante del nostro territorio: l’allevamento e la transumanza.
Uno degli episodi più incredibili e documentati avvenne tra la fine del 1495 e l’inizio del 1496, nel pieno delle cosiddette Guerre d’Italia, quando una massa oceanica di bestiame della Dogana fu requisita e spinta sui sentieri del Gargano, trasformando il Promontorio nel teatro di un saccheggio colossale.

Il contesto: Aragonesi contro Francesi in Capitanata
La vicenda si colloca nel caotico scenario seguito alla discesa in Italia di Carlo VIII di Francia, che rivendicava il trono del Regno di Napoli. Alla morte di Ferrante I (1494) e dopo la breve parentesi di Alfonso II, il giovane Ferrante II d’Aragona (noto nelle cronache del tempo come Ferrando) si trovò a dover riconquistare il regno palmo a palmo contro i generali francesi rimasti a presidiare il territorio: Gilberto di Montpensier e il condottiero romano Virginio Orsini.
La Puglia, e in particolare la Capitanata, divenne subito un’area strategica cruciale. Re Ferrante II, sostenuto da una coalizione di alleati e dalle truppe del Marchese di Mantova, marciò verso la Capitanata e pose il suo quartier generale a Foggia. Dall’altro lato, le forze francesi e i mercenari dell’Orsini si erano trincerati a San Severo.
L’assedio di San Severo e l’esca della “Degana”
Mentre Re Ferrante stringeva d’assedio San Severo, l’esercito francese si trovò in una situazione disperata: corto di denaro, isolato e con le truppe che cominciavano a pretendere le paghe arretrate.
Fu in quel momento che il Generale Montpensier posò gli occhi sulla risorsa più preziosa della pianura pugliese: le mandrie e i greggi della Dogana (chiamata nel testo d’epoca la Degana), che proprio in quei mesi invernali erano scese dalle montagne abruzzesi per svernare nelle boscaglie e nelle pianure della Puglia.
L’obiettivo dei Francesi era duplice: privare il re aragonese dei proventi della preziosa gabella della Dogana (un’entrata che da sola valeva oltre 100.000 ducati d’oro) e requisire gli animali per sfamare i soldati o rivenderne i prodotti. Prima che l’esercito aragonese potesse sbarrare loro la strada, i Francesi fecero uscire da San Severo una moltitudine impressionante di bestiame, indirizzandola verso una direzione d’emergenza: il Promontorio del Gargano.
«…schierato l’esercito a vista del Re, le fece incamminare verso il Monte Gargano, e le seguì fino a che sentì battere le sue schiere alla coda; quindi lasciate l’ultime mandre, si ridusse alle trincee…» — (Dalle antiche cronache d’epoca)
Caos sul Promontorio: tosature selvagge e macelli improvvisati
Le dimensioni del sequestro furono epiche. Le fonti storiche locali più caute parlano di circa 60.000 pecore predate nel solo territorio sanseverese; i cronisti dell’epoca, forse sopraffatti dal dramma visivo di quell’immensa migrazione forzata, esagerarono la portata parlando addirittura di seicento mila capi di bestie minute (pecore e capre) e circa duecento mila di quelle grosse (bovini).
Ciò che accadde sul Gargano nei giorni successivi fu un misto di disperazione militare e sciacallaggio. Inseguiti dalla cavalleria aragonese e dal Marchese di Mantova — che nel frattempo era riuscito a sbaragliare le retroguardie francesi fuori dalle porte di San Severo — i soldati francesi e i pastori collaborazionisti si resero conto di non poter muovere una simile massa di animali attraverso i ripidi sentieri montani senza essere raggiunti.
Spinti dalla fretta di monetizzare il bottino, i soldati trasformarono i boschi e le valli del Gargano in un immenso e macabro opificio a cielo aperto:
- Cominciarono a tosare freneticamente le pecore vive per ammassare la lana nei cesti, sperando di riuscire a contrabbandarla o venderla rapidamente.
- Iniziarono a scorticare gli animali abbattuti per rivendere le pelli sul mercato nero.
- I pastori legittimi, presi nel mezzo, vennero legati e trascinati via a forza, assistendo impotenti alla distruzione del proprio sostentamento.
L’epilogo della vicenda
Il promontorio divenne così una terra di nessuno. Alla fine, la pressione delle truppe aragonesi costrinse i Francesi a dividere il bottino residuo.
Gli Aragonesi riuscirono a recuperare una parte delle greggi superstiti e a dirottarle verso la fedele Troia. I Francesi, dal canto loro, riuscirono a spingere la fetta maggiore del bottino restante verso la roccaforte di Monte Sant’Angelo, usandola come merce di scambio o indennizzo per i cittadini aquilani e abruzzesi leali alla causa angioina, le cui mandrie erano state precedentemente bloccate dal conflitto.
Questo episodio, drammatico per l’economia pastorale del tempo, ci ricorda come il Gargano non sia mai stato un’isola felice e isolata, ma un bastione geografico e strategico dentro cui si sono consumati i grandi drammi della storia europea.
Fonte: Raccolta di memorie istoriche, di Antonio Lodovico Antinori (1783)


