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Ritrovata una lettera del ‘700 della prima esplorazione documentata della Grotta di Montenero

Situata nel folto del Bosco Difesa S. Matteo, la Grotta di Montenero rappresenta una delle cavità carsiche più note del promontorio garganico. Posta a 975 metri di quota, a un passo dai 1014 metri della vetta di Montenero, la grotta è immersa in un paesaggio carsico selvaggio, dove doline e inghiottitoi si nascondono tra la fitta vegetazione.

L’ingresso, protetto da un cancello e facilitato da una scalinata, conduce i visitatori in un mondo di pietra e silenzio. La prima grande sala è una cattedrale naturale: lunga 20 metri e alta 10, è adornata da spettacolari colate calcitiche. Proseguendo oltre una suggestiva stalagmite che domina un’antica frana, si accede a un secondo salone dal pavimento ribassato, testimone di antichi bacini d’acqua. Il viaggio si conclude (per i più esperti) in una galleria fossile ricchissima di concrezioni. Oltre alla sua bellezza geologica, la grotta custodisce una tradizione spirituale: ogni 26 dicembre ospita infatti la suggestiva messa natalizia.

Fino ad ora si pensava che la descrizione del Manicone del 1806 (La Fisica Appula, riportata in fondo all’articolo) fosse la più antica della grotta, ma di recente ne ho scovata una di pochi anni precedente, ovvero del 1798 (pubblicata nel 1802), a cura di Gaetano de Lucretiis, scienziato ante litteram italiano nato a San Severo nel 1745. La scoperta di quella che al momento risulta la più antica esplorazione documentata della grotta, è stata possibile grazie al nuovo archivio digitalizzato dell’Accademia dei Georgofili.

Sacerdote e dotto studioso di scienze agrarie e storia naturale, pubblicò numerosi studi, tra i quali spicca Della piantagione delle viti e delle cause della disposizione de’ vini a corrompersi o inacidirsi nella Puglia daunia (Napoli, 1791). Per meriti scientifici, fu accolto nell’Accademia dei Georgofili il 3 febbraio 1797. È proprio in una lettera presentata all’Accademia il 30 settembre 1802 che egli parla, con dovizia di particolari, della sua esplorazione alla grotta di Montenero.

Ecco il testo integrale della memoria di Gaetano de Lucretiis, trascritto mantenendo la punteggiatura e l’ortografia originali:

Memoria epistolare di Gaetano de Lucretiis Arciprete di San-Severo, Socio della R. Società de’ Georgofili di Firenze, &c, che contiene le osservazioni fatte nella Grotta così detta di Montenero nel Promontorio del Gargano nel Mese di Ottobre dell’anno MDCCXXXXVIII

A Monsignor…

In mezzo alle tante sorprendenti stravaganze, e straordinarie vertigini dello spirito umano che nel cadere di questo Secolo hanno prodotto avvenimenti atti a sbalordire li talenti li più robusti, non riputerete sconveniente, che io lontano dai vortici politici, ed inteso ad impiegare li rimasugli di tempo, che mi restano liberi dopo l’adempimento de’ doveri della propria vocazione, nell’osservare le opere della Natura, venga ad intrattenervi nella breve lettura di quanto mi è riuscito d’investigare nella visita da me fatta di una Grotta, ch’esiste nel vicino Promontorio del Gargano . Nelle circostanze del momento non farete che un breve passaggio dalle sorprese che affliggono le anime ben formate, all’altra di quelle innocentissime, le quali non sanno partorire che dilettevoli sensazioni . Essendo picciolissima cosa, voglio pur lusingarmi, che la mia maniera di vedere e quella di concepire ed esprimere le mie idee, non vi debbano produrre che una insensibile dose di quell’afflizione, ch’è figlia dell’annojamento . Qualunque però sia, io mi permetto di presentarvela come un debole attestato del profondo ossequio, con cui venero l’inestimabile vostro merito, e di assicurarvi, che il piacere di offrirvi somiglianti meschinità è molto al di sotto della soddisfazione che provo nel ratificarmi &c. &c.

L’osservare e contemplare la Natura, rispettabilissimo Monsignore mio, è dilettevole anche per coloro, che senza farvi uno studio particolare, non sono insensibili alle vaghezze di ogni genere che essa rinchiude; ma quando si rifletta poi, che la bellezza dell’Universo è fondata nella diversità armonica degli esseri che la compongono, nel numero, nella estensione, nella qualità de’ loro effetti, ed in quella continuità, che lega le massime colle minime evoluzioni, e che l’Intelligenza Suprema ha così strettamente legate tutte le parti della sua Opera, che non ve ne ha alcuna, la quale non abbia de’ rapporti coll’intero Sistema, per cui tutto è combinazione, legame, incatenamento, e niente vi è, che non sia l’effetto immediato di qualche cosa che ha preceduta, e che non determini l’esistenza di qualche cosa che seguirà; oh allora sì ch’è seducente l’osservarla; ed io persuaso, che il seno del Pianeta da noi abitato contenga racchiusi degli oggetti idonei ad alimentare e render paga la nativa curiosità dell’uomo assai più che quelli i quali nella superficie del Globo piacevolmente lusingano il nostro desiderio di conoscere, e che le opere stupende della Natura nascoste nelle viscere della Terra sieno tanti preziosi Codici, che diffondono perennemente dei lumi, coll’ajuto de’ quali se non ancora è giunto l’Osservatore curioso a pienamente istruirsi, è almeno a portata di formar delle congetture talvolta ben appoggiate, mi determinai nel Mese di Ottobre dello scorso anno a passare nel Convento di S. Matteo de’ Religiosi Minori Osservanti antica Badia di Monaci Benedettini chiamata un tempo San-Giovanni in Lamis posta nel vicino Promontorio del Gargano circa un miglio al di sopra della popolosa Terra di San Marco in Lamis, per quindi salire sino al luogo, in cui trovasi la Grotta così detta di Montenero, e visitarla, come feci in compagnia di bravi Amici, malgrado le spaventevoli dipinture fattemi de’ pericoli, alli quali andava ad espormi .

Il breve cammino di circa due miglia sebbene disagevole, e quasi sempre tra pietre, fu per me delizioso a motivo delle varie piante medicinali, di cui trovasi doviziosamente fornita quella parte di montagna, e delle utili piante arboree, tra le quali primeggiano li frassini, da cui raccogliesi la preziosa derrata della Manna, vedendovisi il Frassino più alto e più volgare detto da Gaspero Bauhino nel suo Pinace Fraxinus excelsior vel vulgatior; il picciolo Frassino Fraxinus humilior Theophrasti, e l’Frassino a foglie rotonde detto dal citato Bauhino Fraxinus rotundiore folio; e seguono il Sorbus strello, che forse è quello chiamato Sorbus aucuparia, di cui gustai con piacere i frutti pel grato subacido che hanno; molti alberi di Avellane (Corylus Avellana); il Nespolo (Mespilus germanica Linn.); il Noce (Juglans regia); il Castagno (Fagus castanea), che anche in qualche castagneto, e ne’ vigneti della divisata Terra non costumasi d’innestare, onde produce frutti silvestri e piccioli; il Mandorlo (Amygdalus communis); il Melo (Pirus malus), ed altri frutti proprj ad alimentare quella povera gente; e più di ogni altro mi sorprese lo sterminato numero di piante di fragole selvatiche (Fragaria vesca Linn.) foltamente vegetanti in una vasta estensione di quel bosco .

Sempre salendo quando era per giungere alla vetta del Monte trovai la ricercata Caverna . Ha questa un atrio esteriore scoperto della profondità di sette in otto piedi dal fianco per cui salii, giacché dal lato opposto prosegue per altro breve tratto ad elevarsi la Montagna; e non essendovi gradini per potervi agiatamente discendere, fu indispensabile che mi sedessi a terra nella parte più bassa dell’orlo, e di là passassi nel piano interiore del divisato atrio . Quivi al coperto di ogni vento accendemmo tutti li lumi a cera, ad olio, ed a pece, che mi precedevano nell’entrata, la quale è moltissimo disacconcia, dovendovisi entrare in una situazione curva, e quasi carpone, come se la Natura gelosa per la conservazione de’ suoi preziosi lavori cercasse di attraversarne l’accesso alla mano distruttrice della moltitudine .

Ininoltratomi per poco, osservai, che il pavimento, se tale può chiamarsi, pel quale sempre si discende, non altro è che un disordinato e sconcio ammasso di rupi scompigliatamente precipitate, rovesciate, infrante, rotolate, che annunziano convulsioni violente, le quali hanno dovuto produrre in quella parte di Globo una catastrofe spaventevole in tempi forse più lontani da quelli, di cui ci ha lasciato memorie l’industria umana . Per queste rupi si discende a disagio e con pericolo di sdrucciolare ad ogni passo, essendo perennemente bagnate dallo stillicidio dell’acqua, che trapela dalla parte superiore della Montagna . Fermatomi dopo alquanti passi, e col sussidio delle moltiplici fiaccole girando gli occhi intorno, dovei ricredermi, che talune di quelle masse esorbitanti, le quali formano le innumerevoli e varie ineguaglianze, che si alzano al di sopra del livello del mare, e che sembrano di gravitare sul nostro Globo, non altro sono che cupi e spaziosi antri coperti da volte meravigliosamente formate, e sorprendentemente sostenute, e talora fregiate di vistosi lavori, opere inimitabili della mano maestra della Natura; e mi confermai in questa opinione per la ricordanza di aver inteso nel passare dal Convento alla Grotta in varj luoghi un cupo rimbombo sotto il calpestio de’ cavalli, ciocché parimente considerai nel traversare la stessa Montagna dalla Terra di Rignano al cennato Convento, e venni accertato da un dotto amico, di aver egli visitato nemmeno di sette somiglianti Grotte nella non vasta estensione dello stesso Promontorio; donde sembra doversi ripetere il non trovarsi in tutta la parte di detta Montagna, che riguarda la nostra Puglia, un fonte, un ruscello, un pozzo, o qualunque altro segno di acque sorgive; per cui le Popolazioni poste nella descritta porzione di Montagna sono astrette ad ingozzare acque di piscine, vale a dire acque che scorrendo per le strade lordate di sozzure, s’impregnano di molecole dei tre Regni, Animale, Vegetabile, e Minerale, e vanno a depositarsi in tali Conserve; e quantunque non a torto il Sig. Conte di Buffon abbia riguardato somiglianti Grotte come le vasche, e gli scolatoj delle fessure perpendicolari dei Monti, pure in quella di Montenero essendo meschina la quantità dell’acqua, che cadendo si accumula nel pavimento, non può essere sufficiente a dissetare una numerosa Popolazione; oltreché siffatte acque sebbene freddissime, e trasparenti, si rendono latticinose, offondendovisi dell’ossisaccaro, e così precipitano un ossisaccaro di calce: sono in sostanza pesanti allo stomaco, ed insalubri .

M’innoltrai intanto nella Grotta costretto a ridere nell’ascoltare il Montagnaro, che mi serviva di guida, parlarmi in aria di maestro su di quanto colà osservava; intanto che io persuaso della propria ignoranza, tacitamente ammirava quelle moli maestose in cui la Natura lavorando in silenzio e nella oscurità, ed al coperto delle contradizioni degli uomini, senza modelli, e senza il corredo di tant’ingegnosi ordigni ed istromenti ricercati dalli più intendenti e periti artefici, con ammirabile semplicità di mezzi trionfa delli più insormontabili ostacoli, e forma delle opere di tal delicato magistero da mettere in disperazione la più raffinata ed industre Arte imitatrice . Di passo in passo andava fermandomi per riposare dalla discesa laboriosa, ed osservare . Vidi, che il cennato stillicidio, il quale a varj intervalli cade or quà, or là, è formato di acqua in apparenza limpidissima; siccome però è noto, che le pietre calcaree, delle quali è composto quel Promontorio, coll’azione combinata dell’aria e dell’acqua si decompongono, e che la terra calcarea è suscettibile di una estrema divisione, così l’acqua che trapela e filtrasi attraverso le rocce, impregnata di molecole tenuissime e leggerissime di detta sostanza calcarea le trasporta seco; e non avendo questo fluido la proprietà di tenerle perfettamente ed in molta quantità disciolte, le deposita insensibilmente, ed evaporando forma le stalattiti, l’accrescimento delle quali eseguendosi per superficie esterne, presentano degli strati coloriti, differentemente graduati in proporzione che l’acqua si è impregnata degli ossidi di terra, di cui abbonda il terreno di quella porzione di montagna da me visitata, vedendovisi anche colà in abbondanza quelle terre conosciute in farmacia sotto li nomi di boli di varie gradazioni di rosso . Osserverete queste gradazioni negli strati de’ pezzi di stalattiti, che ben condizionati vi trasmetto .

Ne trovai alcune di varj strati concentrici, taluni de’ quali erano induriti, e qualcuno molle e cedevole alla impressione del dito, senza dubbio secondoché la terra calcarea di composizione era stata più o men perfettamente, o non affatto bastantemente divisa e disciolta; tutte però col forellino solito a vedersi in mezzo alle stalattiti . Oltre di quelle che sono a terra o formate nel luogo stesso dalle stille cadute, o foggiate nelle volte, e poi spezzate dal proprio peso, e piombate colaggiù, e che rassembrano a colonne, pilastri, piramidi, figure di animali, ed altri piccoli ma vaghi lavori, li quali si vedono specialmente in un cantone, che la guida disse chiamarsi la Confettiera, ove mi trattenni più che altrove ad osservare le varie graziose forme, sempre curvo, non permettendo le circostanze locali di potermi rizzare in piedi; tutte le volte, l’altezza delle quali è gigantesca, ne sono incrostate, e formano uno spettacolo sorprendente . Una di queste volte è tutta ricoperta di stalattiti, che sembrano tanti merletti di vago lavorio ordinati ammirabilmente l’uno accanto all’altro; in un’altra vedesi pendere nel mezzo una stalattite bianchissima del diametro di circa due piedi, lunga circa quattro, di figura conica, tutta scanalata, ed ornata di bellissimi lavori, che per la sua situazione nel mezzo, e per gli ornati, che tapezzano l’intera volta, sembra un lumiere sospeso alla soffitta di una galleria; e la figura conica è un risultato di ciò, che l’acqua impregnata della materia calcarea scendendo lungo la massa formata depone meno nella estremità della massa, e sia alla punta, che nella sua base . Pendono da un’altra volta varj festoni, che sembrano forniti di foglie e grappoli, e vedonsi quivi parimente delle stalattiti mammillari . Sono sospese in un’altra molte aste somiglianti a’ diacciuoli, che dopo la caduta delle nevi vediamo pendere da’ nostri tetti . Insomma reputo impossibile di farvi immaginare gli scherzi bizzarri, che la Natura si è compiaciuta di formare in quell’antro, ove ne’ primi momenti provai dello spavento, a cui succedè l’ammirazione, e lo stupore .

Sembrevami, che colà ad un cenno dell’Eterno tutto fosse rimasto muto ed inanimato all’infuori di un numero prodigioso di pipistrelli soli abitatori di quell’ermo tenebroso luogo; e sebbene indi insensibilmente mi fossi addimesticato alquanto col timore, pure la spaziosità del sotterraneo, e la luce debole delle fiaccole, che illuminando per metà questi straordinari oggetti produceva delle sorprendenti ottiche illusioni, il silenzio profondo, l’oscurità di quella grande caverna, e l’rimbombo cagionato da alcune stalattiti, che cadendo dalle altissime volte urtavano, e ribalzavano da rupe in rupe, ingeneravano nel mio spirito un misto di raccapriccio e di stupore . Sembrevami insomma realizzata l’allegorica finzione de’ famosi palagi incantati, che dicevansi adorni di arredi, ornamenti ed addobbi li più inusitati e strani, e di contraffatte mostruose figure e mi avvisai, potersi equiparare quello straordinario speco ad alcuni di quegli edifizj arditi e pericolosi innalzati da una immaginativa robusta e vivace, ne’ quali la sana ragione non ha il coraggio di entrarvi ad abitare .

Voleva la guida condurmi più oltre, assicurandomi di esservi molte altre sale da vedersi, e che in fine poi sentivasi un tal fragore come di uno sbocco di vento (e chi sa che non sia uno sgorgo di acqua, sapendosi, che la parte opposta del Promontorio è ricca di molte fontane), e precedendomi fece ch’io salissi su di alcune rupi, e mi avvicinassi ad un muro, in cui eravi un vuoto simile ad una finestra, dalla quale avrei dovuto saltare in un’altra sala . Mi sembrò questo muro interamente stalattitico, o almeno coperto di una crosta stalattitica fatta ad ondate, ed era tuttavia grondante di stille impregnate di materia calcarea, per cui mi cadde in pensiero, che col lungo volgere de’ secoli sarà possibile che resti chiuso questo vuoto, e venga così ad interrompersi la comunicazione col rimanente della Caverna . Dico però, che questa non potrà essere se non l’opera di molti secoli, a motivo che il celebre Abate Lazzaro Spallanzani avendo nell’anno MDCCXXXIII visitata la Grotta che urla sull’Appennino di Modena che nel MDCC era stata visitata dal Vallisnieri, trovò, che il monticello stalattitico da questi menzionato non si era che poco aumentato nello spazio di settantotto anni, ed era ben lontano dall’arrivare al termine dallo stesso dotto Naturalista Vallisnieri pronosticato; e tanto più vi è bisogno di lunghissimo tempo a chiudersi interamente il cennato vuoto, quantocché mi si accerta, che in tempo degli estivi ardori scemasi notabilmente lo stillicidio in questa Grotta di Montenero .

Intanto la temperatura dell’antro era bastevolmente fredda ed umida; ma le posizioni incomodissime, che ad ogni passo era astretto a prendere o per andare avanti, o per sostenermi in piedi, e rivoltarmi in tutti li sensi per osservare, avevano prodotto nella mia macchina, ed in quella degli Amici un sudore abbondantissimo, per cui temendo di qualche malore, senza curarmi d’innoltrare più a dentro le mie osservazioni, arrampicandomi per le sinuosità che formavano le disordinate rupi, uscii stemperato di sudore a rivedere la luce del giorno due ore e quindici minuti dopo esservi vi entrato; contento bensì di aver osservato cogli occhi proprj tutti li divisati oggetti, ne’ quali volendosi calcolare la durata del tempo impiegato dalla Natura a formarli, pare, che la immaginazione si perda nella profondità de’ tempi, e nella lunga caliginosa notte de’ secoli, ne’ quali ha dovuto operare per ridurli allo stato in cui ora si vedono; e portai meco il solo rincrescimento di non aver potuto prendere le dimensioni della larghezza e lunghezza di ciascuna sala, e dell’altezza sorprendente delle volte, perché mel vietarono l’angustia del tempo nemmanco che l’imbarazzo delle grosse rupi sconvolte, le quali ne formano lo sconcio e disagiato pavimento .

Vorreste mai, ch’io teorizzassi alcun poco sulla formazione della descritta Caverna? Perdonate, veneratissimo Monsignor mio . Se la Provvidenza ha sottratta la mia testa al pericolo de’ colpi delle stalattiti caduche nella divisata Grotta, non la cimenterò mai ad urtare ne’ tanti scogli geologici, che hanno fatto naufragare ingegni di primo ordine, quando non volessimo opinare che le Teorie della Terra dovranno riputarsi ancora per lungo tempo precoci per la mancanza di quelle lunghe e moltiplici serie di giudiziose osservazioni fatte in tutti gli angoli, ed a tutte le possibili profondità del Globo, le quali possano meritare la confidenza degli studiosi della Natura, e servire di saldo fondamento ad una quanto ingegnosa altrettanto soda Teoria . Contentatevi dunque d’intendere solamente ciocché mi è riuscito di osservare, e di credermi penetrato costantemente da que’ sentimenti di rispetto, che per mille titoli vi sono dovuti .

San-Severo 23 Marzo 1800
Vostro Dev.mo ed Obbl.mo Servitore ed Amico
Gaetano de Lucretiis


Frammento estratto da La Fisica Appula di Michelangelo Manicone:
“Evvi poi nella Difesa della Regia Badia di S. Marco in Lamis una grotta, che riesce gradevolissima agli occhi del viaggiatore. Chiamasi la Grotta di Montenero. In essa non vi si può entrare che carpone, ed assai disagiatamente per la bassezza e !a strettezza dell’apertura.
E’ lunga un miglio e mezzo in circa; è divisa in molti cameroni; e si passa da un camerone all’altro per larghi buchi. Le volte, e le pareti di detti cameroni sono rabescate di stalattitiche concrezioni, le quali formano gallerie, cupole, teatri, mammelle, alberi ed altre bizzarre figure. Dentro quest’antro evvi una fresca e dolce acqua, che distilla dai sassi. lo la bevvi nell’arsa state, e sovvienmi, che riuscì gustosa al mio palato”.

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