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La mappa dei maremoti storici nel Mar Mediterraneo: c’è anche il Gargano

Del cataclisma del 1627 ne abbiamo già parlato negli anni, ma questa volta lo segnaliamo perchè compare in un recente progetto di divulgazione scientifica chiamato “In viaggio tra i maremoti del Mar Mediterraneo”, a cura di INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che studia e sorveglia i “moti” del nostro paese.

Il progetto consiste in una story-map interattiva che riporta tutti i maremoti noti degli ultimi 2000 anni.
Tra questi quello disastroso che nel 1627 colpì il Gargano.

IL TERREMOTO: Il 30 luglio del 1627, un terremoto distruttivo colpì il Gargano e le zone limitrofe. L’epicentro del terremoto, secondo i dati macrosismici, fu localizzato in terra con una magnitudo stimata pari a 6.7.
IL MAREMOTO: Il terremoto causò un maremoto di grandi dimensioni descritto da molti autori coevi. Lungo la costa garganica, tra S. Nicandro e la foce del fiume Fortore presso il lago di Lesina, il mare si ritirò di 2-3 miglia lasciando il lago completamente asciutto. La conseguente inondazione interessò il paese di Lesina e la costa adiacente. Alcuni autori scrivono che le onde di maremoto arrivarono a metà delle mura della città di Manfredonia (FG) e raggiunsero l’abbazia di Ripalta (FG) che fu sommersa. Furono inondate le pianure comprese tra Silvi Marina e Mutignano in provincia di Teramo (distanti oltre 100 km a nord dall’epicentro). Le osservazioni diffuse del maremoto fanno ipotizzare che la faglia che ha generato il terremoto potrebbe trovarsi a largo della costa garganica.

Leggi anche Le vicende sismiche di Lesina e la leggenda di Matilde di Canossa

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3 commenti su “La mappa dei maremoti storici nel Mar Mediterraneo: c’è anche il Gargano”

  1. Michele Carmine Giuliano

    Cosa ci fa una conchiglia lontano dal mare?
    Parte Prima
    Capita con sempre maggior frequenza che qualcuno, conoscendo la mia passione per la ricerca storiografica, mi telefoni per suggerirmi di ricercare notizie su argomenti di suo interesse. Quella mattina, però, la telefonata giunse inaspettata. Si trattava di un mio compaesano, Fernando, trasferitosi in Piemonte. Fernando ha qualche anno in più di me e mi raccontò brevemente della sua fanciullezza e della sua adolescenza. La sua famiglia aveva i terreni in zona Faugno, abbastanza vicino alla vigna di mio padre. Parlammo a lungo e alla fine mi disse alcune cose che richiamarono la mia attenzione. Mi illustrò con dovizia di particolari di inusuali rinvenimenti ogni volta che scavava nelle sue terre. Non solo ritrovava i soliti fossili a testimonianza che una volta quelle terre erano sommerse e coperte dal mare, ma sosteneva che molto spesso dal terreno emergevano strane creature. Strane perché non si era mai vista la presenza di simili esseri lontani dal mare. Ovviamente quando lui raccontava queste cose, in paese, nessuno era disposto a credergli, anzi lo schernivano, lo deridevano quasi fosse “lo scemo del villaggio”. Terminò la nostra conversazione con il suo invito a far ricerche su terremoti e maremoti che in tempi passati potessero aver inondato e sommerso quelle terre. L’idea mi toccò profondamente anche perché era capitato spesso anche a me, le volte che da ragazzo avevo accompagnato mio padre nei lavori di campagna, di trovare stampate su delle zolle, alcuni fossili di conchiglie o di patelle. Ho impiegato un po’ ma ora sono pronto e questo è il risultato delle mie lunghe ricerche. In uno studio del 1999 realizzato, in collaborazione, dal “Gruppo nazionale per la difesa dai terremoti (GNDT)” e “Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV)” si afferma che “la Puglia è caratterizzata da una sismicità di un certo rilievo solo nell’area garganica e nel foggiano dove si sono verificati alcuni terremoti di forte intensità con gravi danni alle cose e numerose vittime, come in occasione delle scosse del 30 luglio 1627 o del 20 marzo 1731”. Sono stati individuati, inoltre, almeno sei depositi di fossili che fanno presupporre il verificarsi di sei tsunami. La datazione col radiocarbonio di tre di questi depositi «suggerisce un intervallo medio di ricorrenza di 1700 anni per gli eventi di tsunami sul litorale nordico del Gargano e di 1200 anni sul litorale di Manfredonia». Il rischio di maremoto in Italia, oggi, è sottovalutato a tal punto che si è edificato, e si continua a farlo quasi sempre abusivamente, fin sopra il litorale più prossimo al mare. Molti sono stati gli eventi tellurici che hanno investito la nostra zona. Oggi, grazie a specifiche e particolari tecniche di studi e ricerche, possiamo addirittura riandare ad avvenimenti antichissimi risalenti ai miti greci. (GUIDOBONI E. – Centro Euro mediterraneo di documentazione – EEDIS – Eventi estremi e disastri). L’INGV ha diviso il territorio italiano in faglie di attività sismiche. Secondo questa classificazione il territorio di San Paolo di Civitate appartiene alla “faglia appenninica” denominata ITDS012 Apricena. È una faglia molto attiva sin dai tempi più lontani. Terremoti e maremoti sono descritti, sotto forma di miti, fina dai tempi di Omero. Secondo la mitologia greca Poseidone era il dio del mare e delle acque sotterranee della terra. Era venerato come un dio irascibile e vendicativo. Conosciuto come «scuotitore della terra che scuote le montagne e che solleva la pianura». A lui gli storici attribuirono molti eventi realmente accaduti. Tucidide riporta che il terremoto del 464 a.C. fosse stato causato da un sacrilegio che gli Spartani avevano compiuto nei confronti del Dio. Similmente si scrive del terremoto avvenuto nel golfo di Corinto dieci anni dopo. Pausania così descrive il maremoto di Argo: “Dicono, infatti, che Poseidone sommerse la maggior parte della regione, perché Inaco e gli altri giudici avevano decretato che la regione apparteneva a Era e non a lui”. Scrive lo Pseudo-Apollodoro: «Era accaduto allora che la città di Troia si trovasse a mal partito a causa dell’ira di Apollo e di Poseidone (…) Per questo Apollo inviò una pestilenza, e Poseidone un mostro marino portato su dall’inondazione, il quale trascinava via le persone che erano nella piana». Lo stesso avvenimento è narrato così dal poeta Ovidio: “… il signore del mare diresse tutte le acque verso le rive dell’avida Troia, trasformò la terra in mare, privò dei prodotti del suolo gli agricoltori e ricoprì i campi con le onde”. Anche Plutarco, vissuto tra il primo ed il secondo secolo a. C. commenta: “…un’onda innalzatasi inondò la terra: era uno spettacolo terribile vedere il mare che lo seguiva alto e ricopriva la piana”. Ricordiamo, a tal proposito come anche secondo la tradizione giudaico-cristiana il maremoto descritto nel “passaggio del Mar Rosso” da sempre è considerato come un segno della potenza di Dio. Dalle nostre parti, ancora oggi, quando in paese vi sono temporali fortissimi con caduta di tantissima acqua, ricordo che da bambino sentivo dire: “…làmb, ndrùn e l’ír d’ Ddíj” (lampi, tuoni e l’ira di Dio). Torniamo a noi! L’Italia con la Grecia e la Turchia, è il paese del Mediterraneo con il più alto numero di maremoti di cui si ha notizia. La media degli tsunami di casa nostra si aggira su diciannove eventi ogni 100 anni. In Italia esistono testimonianze di tsunami a partire dal 1300 e sono più di 300 casi. Molti di questi riguardano espressamente la costa Garganica. Non starò qui a richiamare tutti i terremoti succedutisi almeno dal 409 in avanti. Per questo allego un elenco dove potete ritrovarli quasi tutti. Mi soffermerò a descrivere solamente i terremoti cui sono seguiti dei maremoti tali da sconvolgere pesantemente la configurazione del nostro territorio. Uno dei più antichi maremoti verificatosi nel Mediterraneo e di cui si riscontrano precise tracce morfologiche nei sedimenti lungo le coste, risale al 1500 a.C. Confrontando, poi, i dati morfologici, radiometrici e archeologici troviamo documentazioni di almeno quattro maremoti accaduti in epoca preromana il primo dei quali risalente a circa 2430 anni fa. Il secondo maremoto investì il cordone di Lesina con intensità simile circa 1550 anni fa. Di altri poi abbiamo notizie dalla tradizione leggendaria e popolare. Il maremoto del 409, per esempio, legato all’apparizione dell’Arcangelo Michele sul Gargano. Oppure il maremoto del 1089 legato alla leggenda di Matilde di Canossa. Questa leggenda narra che la Gran contessa Matilde di Canossa nell’anno 1089 decise di recarsi in pellegrinaggio via mare con la sua corte verso il santuario di Monte Sant’Angelo. Nel suo lungo viaggio con la corte al seguito fece tappa a Lesina e accettò l’ospitalità del conte normanno Petrone e dei suoi cavalieri. Questi però, di notte, attentarono alla virtù delle damigelle di Matilde costringendole ad abbandonare in tutta fretta quei lidi. La Gran contessa Matilde si vendicò dell’affronto subito facendo “assediare il Castello intanto che per vie sotterranee, e canali molti guastatori operarono, che le acque del vicino pantano di dodici miglia di giro corressero senza ritegno ad assorbire chi uscendo fuori di ogni termine diede negli eccessi. Tanto seguì, restarono i carnali pasto dei pesci” .
    “Potè nei gorghi di Lesina abbattere i Proci Matilde
    E di Venere l’onda con altra onda placare.
    Della Contessa le ancelle lasciava la turba salace
    e insidiata cadde dove insidiare voleva”.
    (M. Vocino 1930)

    Alla luce di studi successivi però fu possibile comprendere che la “vendetta” di Matilde altro non sia stato che l’effetto di un forte evento sismico che produsse un potente maremoto. Scarsissime sono le fonti cui possiamo attingere a documentazione di questi eventi ancestrali. Non così per quelli che descriverò nella seconda parte. – Fine Prima Parte –

  2. Michele Carmine Giuliano

    Cosa ci fa una conchiglia lontana dal mare
    Parte Seconda
    Mio padre, che di mestiere era un bracciante, me lo diceva sempre: la nostra terra dorme su un letto di acque. Lui lo sapeva bene perché, insieme al suo collega Giovanni, veniva spessissimo chiamato dai locali proprietari di fondi per scavare i pozzi e trovare l’acqua. Avere l’acqua in campagna, nel proprio terreno era importantissimo. Oltre a rendere più proficui i raccolti, aumentava il valore del terreno in caso di vendita. Comunque che la parte del Tavoliere comprendente il territorio di San Paolo di Civitate sia ricca di corsi d’acqua, di acque sotterranee e di sorgive, lo capisce chiunque osservi una cartina del territorio. Specialmente la zona a Nord-Est del paese, la parte cioè che va dai piani di Lauria a Marana della Difensola fino ai confini con il comune di Apricena. A questo bisogna aggiungere che nel corso degli anni, più volte l’area è stata interessata da violenti terremoti i cui epicentri sono stati localizzati sia nell’entroterra sia in mare, e spesso questi eventi erano accompagnati da terrificanti maremoti. Senza ombra di dubbio l’evento che maggiormente ha segnato non solo il nostro ma l’intero territorio della Capitanata è legato al disastroso terremoto che si verificò nel 1627 e di cui ho già avuto modo di descrivere l’enorme quantità di cadaveri e di case distrutte di cui fu causa. Il terremoto della Capitanata del 1627 è stato un evento sismico che ha colpito il Tavoliere e le propaggini nord-occidentali del Gargano con epicentro localizzato nei pressi di San Severo, ex-capoluogo (in alternanza con Lucera) dell’allora provincia di Capitanata. La scossa principale (di magnitudo Richter 6.7; undicesimo grado della scala Mercalli) avvenne nel cuore dell’estate, un’ora prima di mezzogiorno di venerdì 30 luglio. Lungo il litorale fra Sannicandro e la foce del fiume Fortore, vicino al lago di Lesina, il mare si ritirò per circa 3-4 chilometri e poi sommerse il litorale e probabilmente il villaggio di Lesina. “…per il che si diceva che il furore del terremoto avesse alzato due volte il fondo del lago; altri scrivono che con voragine abbia assorbito la città di Lesina contigua ad esso” (DE POARDI 1627); “… il mare si ritirò dentro il suo letto tre miglia, e poi uscì fuori con grand’impeto di miglia entro terra …” (del VASTO, 1627); “. … il mare della riviera di Fortore e di San Nicandro se ritirò indietro due miglia e poi uscì fuori da’ suoi confini altre due miglia, essala dalla terra una puzza di fuoco come zolfo.” Come scrive il frate cappuccino Giromino di Napoli in una lettera mandata al suo Padre Generale (FOGLIA, 1627, pagg. 7-8). Sono solo alcune delle testimonianze dirette di quanto accadde, scritte da alcuni contemporanei dell’evento. A Manfredonia le onde raggiunsero la metà delle pareti della città, circa 2.5 metri al di sopra della terra (Cerqua G.J.,1627). “Alla bocca di fiume Saro (oggi denominato Faro), si potè osservare il ritiro del mare. Il Gargano da penisola fu ridotto ad isola dalla violenza dello tsunami perché le acque del mare di fatto circondarono quasi tutto il promontorio”. (Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 1461 al 1990 – INGVI) Gravi danni nella zona del lago di Lesina con “run up” fino a 5 metri e penetrazione delle acque per oltre cinque chilometri (Il run up è la misura dell’altezza massima dell’onda). “…Lacus Lesinensis vigenti millium pass. Ambito illico axaurit. Pelago retrocedens, mox insiilit, omnia per Tres horas ad stragem et vastitatem composita, visa ed audita…” (Pignoria, 1629). Tali testi, che evidentemente descrivono le variazioni del livello del mare proprie di un maremoto, sono suffragate dalla carta di Greuter, nella quale si vedono pesci guizzare sul fondo secco del lago di lesina. Si trattò di uno dei maggiori tsunami che abbiano mai interessato le coste italiane dell’Adriatico meridionale. La zona, dopo un primo ritiro delle acque, fu completamente sommersa dal mare. Il fronte d’acqua associato allo tsunami deve essere stato veramente impressionante: cronache dell’epoca riferiscono che la città costiera di Termoli “precipitò” nel mare; sicuramente si tratta di un’iperbole letteraria, ma rende molto bene la drammaticità dei fatti. Notevole è, a tal proposito la descrizione che nel 2005 riportò Nicola Napolitano immaginando cosa avrebbe potuto vedere un pastore che si fosse trovato nel punto più alto del Gargano. Riporto integralmente l’impressionante descrizione: “Le forti scosse che si susseguirono a breve distanza furono avvertite chiaramente anche da Nicolò, un ragazzo di dodici anni che stava pascolando le mucche su un monte tra i boschi del Gargano nei pressi di Peschize (oggi Peschici), un borgo con non molti abitanti. Il ragazzo sentì tremare la terra sotto i suoi piedi ma non in modo così violento come gli abitanti della pianura. Dopo la quarta scossa il ragazzo rimase a bocca aperta per un evento che non aveva mai visto e di cui non aveva mai sentito parlare: Il mare, che lui vedeva in lontananza grazie alla posizione elevata su cui si trovava, cominciò ad arretrare tanto da scomparire alla sua vista. Il giovane rimase sul posto cercando di radunare gli animali che nel frattempo, spaventati, si erano allontanati. Radunata la mandria il ragazzo continuò a fissare nella direzione del posto dove prima era il mare. L’acqua era scomparsa e lui non riusciva a spiegarselo e, comunque, per istinto, temeva imminente un disastro. La paura per le scosse era dimenticata. La sua concentrazione era tutta per quel deserto di sabbia umida senza il mare. Ad un certo punto vide all’orizzonte il riapparire delle onde. Sembravano piccole ma era solo la lontananza che le faceva apparire tali. Nicolò salì su un albero e si fece scudo con la mano sulla fronte per riparare gli occhi dal sole cocente e fissò con stupore misto a terrore quelle onde che avanzavano in modo sempre più minaccioso. Le onde erano gigantesche e si avvicinavano decise e rombanti verso la terra. Ad un certo punto vide il mare arrabbiatissimo penetrare nella pianura sottostante che mangiava e sommergeva la campagna sottostante distruggendo qualche sparuto casolare per il ricovero degli animali. Il mare avanzava ed aumentava di livello senza dare tregua e Nicolò vide sotto di lui l’acqua che cominciava ad arrampicarsi su per la montagna. Il ragazzo non poteva saperlo, ma il mare invase tutte le coste del Gargano, da Manfredonia fino a Termoli ed il Gargano divenne quasi un isola arrivando l’acqua sino alle porte di Foggia. Il lago di Lesina e di Varano divennero tutt’uno con il mare e scomparirono mentre l’acqua penetrava nelle campagne senza sosta. La pianura del Tavoliere venne invasa ed allagata facendo inabissare chilometri e chilometri di campagna. (Walter Scudero – Torremaggiore 2016). Un evento simile, ma certamente di minore entità, si verificò circa vent’anni dopo. Il terremoto del Gargano del 1646 è stato un evento sismico che colpì il promontorio del Gargano con epicentro localizzato nella Foresta Umbra. La scossa principale (di magnitudo Richter 6.3) avvenne prima dell’alba, attorno alle ore 4.30. Le acque del lago di Varano furono rigettate sulle aree agricole situate alle falde di Carpino, mentre le navi in mare risentirono di alcune onde anomale. Il mare si ritirò per circa 3-4 chilometri per poi sommergere il litorale. “Il lago di Lesina era stato per molte ore senza acqua e molti pesci furono trovati lontani dalla sponda” (De Poardi). Il terremoto del 31 maggio 1646, il cui epicentro fu situato immediatamente a est di quello del 1627, fu meno devastante del precedente: “Nel 1646 à 31 Maggio avvenne il Gargano tremuoto, scuotendosi il monte at hore di notte e in Gargano diede il crollo a cento case, con restarne solamente cinque oppressi sotto le rovine. In Ischitella non restarono in piè che ventisei case le altre caddero tutte opprimendo novantasei persone che vi restarono estinte. In Rodi ne muorirono quattro e molti restarono fiaccati dalle pietre cadute. In Vico cento case rimasero adeguate al suolo con la morte di quaranta uomini. Cagnano perdé venti case ma niuno degli habitatori. Gli orti di Carpino si truovarono pieni delle conchiglie del lago. Nell’abitato di Vieste fra le rovine degli edifici furono estratti 48 cadaveri ; cosicché il numero totale delle vittime in tale città ascese a 132 In Manfredonia cinque case e cinque habitatori perirono” (CRONOLOGIA DEGLI ARCIVESCOVI SIPONTINI – POMPEO SARNELLI – Manfredonia 1680). Infine il maremoto più recente di cui abbiamo memoria si è verificato l’8 dicembre 1889: Epicentro sul Gargano. Avvertito in una zona molto vasta, includente quasi tutta l’Italia centrale (Baratta M., 1901). “Lo tsunami forte” alla foce del fiume Fortore fu segnalato da Baratta M. (1936). Mare agitato a Termoli e a Mattinata (Anonimi, 1889). Il mio compaesano, quindi, potrebbe aver ragione quando afferma di aver trovato, scavando nel proprio terreno, prove vive e inconfutabili, della presenza di creature di provenienza marina. In tempi passati il mare, anche a causa dei violenti maremoti e tsunami, qui descritti, potrebbe realmente aver inondato il Tavoliere fino al nostro territorio. A conclusione di questa mia ricerca vorrei porre l’accento e far rilevare quanto fragile sia il territorio in cui viviamo. Esso andrebbe salvaguardato, difeso e non riempito di cemento. E poi una considerazione: Che cosa potrebbe accadere se un maremoto, uno tsunami dovesse ripetersi ai giorni nostri. La zona interessata, in pratica disabitata all’epoca, oggi è sede di forti insediamenti abitativi e numerose strutture turistiche. Terribile sarebbe il pedaggio da pagare sia in perdite di vite umane sia in danni economici al patrimonio per la distruzione generalizzata che deriverebbe dal verificarsi di un terremoto/tsunami analogo a quello del 1627.

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