Articolo a cura di Domenico Sergio Antonacci.
In memoria di Carmine Mancini che quasi 20 anni fa mi fornì una fotocopia del raro volumetto.
In occasione della Festa dei Lavoratori, Amara Terra Mia riporta alla luce un documento di rara potenza, rimasto per oltre un secolo nell’ombra. Si tratta di un opuscolo del 1894, stampato a Roma presso la tipografia dell’“Avanti della Domenica”, dal titolo “Il Cafone (Macchietta garganica)”.
L’autore è Domenico Augusto Turchi (1869-1938), una figura importante per Carpino e per l’intera Capitanata: avvocato, giornalista, poeta e politico integerrimo.

Un uomo dalle mille sfaccettature
Domenico Augusto Turchi era un uomo dalle mille sfaccettature. Lo ritroviamo nell’Annuario del Regno d’Italia del 1896 tra i procuratori legali di spicco. Turchi era un figlio della borghesia di Carpino, un uomo che frequentava i palazzi del potere (fu Presidente del Consiglio Provinciale di Foggia), ma che non smise mai di guardare verso i bisogni dei ceti più bassi.
Da Sindaco di Carpino, nel 1922 si dimise pur di non piegarsi alle violenze fasciste, durante la terribile epidemia di “Spagnola” si adoperò senza sosta per i suoi concittadini. La sua casa, con la targa della Croce Rossa, era un rifugio per le famiglie dei soldati e per chiunque cercasse giustizia.
Domenico Augusto Turchi è stato una figura importante per la cultura garganica a cavallo tra ‘800 e ‘900. Sebbene sia spesso ricordato per le sue poesie, questo opuscolo rivela una vena di realismo sociale molto cruda. Pubblicare a Roma presso la tipografia dell'”Avanti della Domenica” (legata ad ambienti socialisti e popolari dell’epoca) suggerisce che l’intento dell’autore non fosse solo letterario, ma di denuncia sociale.

Una “Macchietta” che è un pugno nello stomaco
Nonostante il titolo parli di “macchietta” (genere solitamente comico o leggero), il testo di Turchi è un pugno nello stomaco. Descrive la vita del bracciante garganico, il cafone appunto, come una “schiavitù in cui vegeta”, denunciando con cinquant’anni di anticipo le piaghe che avrebbero afflitto il Mezzogiorno.
Turchi scrive nel 1894, decenni prima che le grandi lotte bracciantili di Giuseppe Di Vittorio infiammassero le piazze della Puglia. Mentre il futuro leader sindacale di Cerignola era poco più che un bambino, Turchi già denunciava con precisione chirurgica le stesse piaghe — lo sfruttamento, l’analfabetismo forzato e la dignità calpestata — che Di Vittorio avrebbe poi trasformato in coscienza di classe.
Si tratta di una “macchietta” (un bozzetto di carattere) scritta da Domenico Augusto Turchi (1869-1938), intellettuale e poeta originario di Carpino. La data di pubblicazione, 1894, è fondamentale: siamo in un’Italia post-unitaria segnata da una profonda crisi agraria e da fortissime tensioni sociali.
Il testo è un ritratto spietato della condizione del “cafone” (il contadino povero), termine che Turchi rivendica come “ingiusta designazione”.
– La miseria estrema: Descrive una vita fatta di stenti, dove il pasto quotidiano è spesso solo granturco o patate. Colpisce il dettaglio dei “bottoni d’oro” della figlia venduti per fame o la gioia tragica di poter mangiare la carne di una pecora morta per malattia (carbonchio).
– Il rapporto col “Padrone”: Viene descritta una sottomissione totale. Il padrone non solo sfrutta il lavoro, ma manipola il diritto di voto (appena introdotto o esteso in quegli anni) usando il debito come ricatto: “vota questo; e così devi fare, altrimenti c’è l’estaglio scaduto”.
– L’ignoranza come catena: Turchi denuncia l’istruzione negata. Mantenerlo ignorante serve a “non sottrarlo alla schiavitù in cui vegeta”. È una critica feroce alla classe dirigente che vedeva nell’alfabetizzazione una minaccia allo status quo.
– La convivenza con gli animali: L’ultima pagina è straziante. Descrive la famiglia che dorme nella stessa stanza con l’asino e il maiale. Quando questi vengono persi (per debiti o morte), la casa diventa “più larga ma più fredda”.



Le ultime pagine sono un vero e proprio manifesto politico e di denuncia. Turchi tocca, infatti, un punto nevralgico: l’istruzione come strumento di potere; scrive che il governo parla di “scuole del popolo”, ma il cafone resta “cieco” perché non si vuole che sia istruito. Mantenerlo ignorante serve a “non sottrarlo alla schiavitù in cui vegeta”. È una denuncia chiarissima contro la classe dirigente locale che vedeva nell’alfabetizzazione una minaccia allo status quo.
Una voce di riscossa
Turchi guarda a cosa sta succedendo nel resto d’Italia (probabilmente alle prime leghe contadine e ai movimenti socialisti della Pianura Padana): “Il contadino delle altre parti d’Italia si unisce, discute… fa patti e dà le condizioni del suo lavoro.”
Il cafone del Gargano, invece, è ancora una “macchina-uomo“, uno strumento incosciente che produce ricchezza per gli altri e miseria per sé. Turchi soffre per questa passività e invoca una “voce santa di riscossa”.
L’opuscolo non finisce con una rassegnazione, ma con una domanda aperta e speranzosa sulla “redenzione del nostro contadino“. Non usa il termine in senso puramente religioso, ma sociale: una liberazione dalla fame e dallo sfruttamento attraverso la consapevolezza.

Oggi, pubblicando integralmente un suo scritto, Il Cafone (Macchietta garganica), rendiamo omaggio a tutti quei “cafoni” che con il loro sudore hanno reso fertile la nostra Amara Terra.

IL CAFONE (Macchietta garganica)
di Domenico Augusto Turchi Roma 1894, Tip. Avanti della Domenica
Nota alla lettura: Ho trascritto fedelmente il testo originale, mantenendo la punteggiatura e i termini dell’epoca per preservarne la storicità.
Sia storia, o consuetudine di dispregio, l’appellativo esiste tuttavia, ed è ingiusta designazione del coltivatore della terra. Egli vive la massima parte dell’anno nei nostri boschi e fende laborioso la terra, a spargervi il seme di granturco, o piantarvi la patata, che gli saranno unico pasto di sostentamento nel rigido inverno.
La canicola ardente di luglio batte sulla sua testa; fuma il suo petto villoso, ma egli è là, come sfida, umile araldo d’un domani sconosciuto per lui, sui fianchi scoscesi del monte, a pulsare la terra matrigna e inclemente. Domani s’addenseranno fosche le nubi; rumoreggerà l’aquilone nella vecchia foresta, e l’acqua scrosciante e furiosa dalle balze, trascinerà in grossi gorghi melmosi le zolle sudate, e, dai solchi scomparsi, come triste ironia, la roccia brulla gli offrirà la maligna visione del suo frutto, completamente perduto, o dal cielo di rame incomberà l’afa opprimente per lungo volger di lune, ed aprirà la terra le sue fauci bramose, e, negli aneliti della sete, s’accartocceranno le foglie, e sarà dappertutto desolazione ed arsura. Scenderà allora dall’umile casolare al paese nativo, apata e come inconscio, coi suoi figli sparuti ed ignudi, con la sua donna scheletrita dalla malaria e dalla fame, aspettando l’avvenire buio ed incerto del prossimo inverno. Così ieri, così oggi, così, forse domani.
Non una speranza di miglioramento, né un barlume di luce, né un palpito nuovo nel suo cervello. Egli prega il buon Dio e si batte il petto, gli mandi la buona annata, e gli scongiuri il temporale, e dia fine alla siccità. Quando il bisogno estremo batte alla sua porta, e non gorgoglia la pentola per la quotidiana polenta, strappa agli orecchi della sua piccina i bottoni d’oro infimo, che la comare diede a battesimo, o rovista nella vecchia cassa intariata, per qualche po’ di panno che porta la sua donna; e saranno pegno per un rotolo di pane dato ad usura, o per la minestra di fave crudeli. Non fa caso. Se viene la domenica, indosserà l’unica camicia pulita che possiede, darà fuoco alla pipa di creta, e andrà in piazza a chiacchierare al sole, e farà largo con iscappellate al signore, per non sporcargli di terra il suo vestito nuovo. Suo figlio, un pezzo di giovanotto dal torace ampio e dalle gambe solide, lesto e svelto nel buttare a terra la legna da vendere pel pasto quotidiano, forte e instancabile alla zappa e alla falce, suo figlio è andato a servire il re; e da lontano lontano manda la lettera tassata, che egli non può pagare e sua moglie piange e si dispera e lo tormenta, perché vuole le notizie del figliuol suo.
Da qui ad un anno, a due anni, tornerà e saprà leggere e scrivere e lo faranno elettore; e il padrone lo manderà a chiamare; gli darà una carta scritta, e col segno, per non farsi tradire, e gli dirà: vota questo; e così devi fare, altrimenti c’è l’estaglio scaduto e non pagato, c’è il debituccio al tanto per cento, e così via.
Poi s’ammoglierà: ha strimpellato per tanto tempo la chitarra nell’aria della notte, ed ha fatto sentire la sua canzone d’amore; ma finalmente ha radunato i sei cartellini dell’Arciprete e i soldi per le carte. La domenica beveva un po’ di vino; si sentiva dar di volta, e menava le mani: è tempo di finirla e di metter testa. Sposa e si dà a garzone, e il tetto di paglia della casetta rustica ricuopre il suo amore semplice e rozzo. A settembre verrà dallo studio il padroncino, ha i baffetti nascenti, veste attillato, fuma la sigaretta, e canticchia e conosce tutti i motivi delle canzonette napoletane. Andrà alla vigna ove egli sta a guardia, e lo manderà spesso spesso, in paese per servigi, così potrà rimanere solo a far compagnia a sua moglie… altrimenti lo si allineerà al compagno… Egli deve ubbidire e tacere, altrimenti perde il pane, e peggio.
Il cafone non mangia carne, egli non ne può comprare. La famiglia ordinariamente è numerosa, e vi sono i piccini, che hanno molto appetito e non guadagnano nulla. Anche la sua giornata è meschina. La cattiv’annata è scusa quotidiana per il ribasso del suo salario. I primi raggi del sole invernale lo salutano al lavoro tra i solchi umidi di brina, sotto i vigili occhi del padrone. Smette la sera, dopo una faticosa giornata di zappa. La tramontana fischia tra i rami degli alberi, e aggroviglia i sarmenti sparsi per terra, e gli getta sul viso gocce di nevischio e buffi taglienti di freddo. Ma la sua fronte è imperlata di sudore; fuma la terra smossa, rabbiosamente; il padrone lo guarda; egli deve allinearsi al compagno che lo precede, altrimenti lo si dirà pigro e verrà licenziato.
Gli ultimi tocchi dell’avemaria lo raggiungono per istrada: si sberretta religiosamente, fa il segno della croce e recita l’inconscia prece, appresa al focolare paterno. Ha guadagnato 21 soldi o 25: pagherà il pane preso a credito al mattino per lui: gli restano 15 o 17 per le sette o otto bocche di casa sua e un tozzo al suo piccolo cane nero, testimonianza di fedeltà, in mezzo all’ingratitudine degli uomini; ed è l’unico suo capitale per mangiare, vestirsi, per comperare le medicine alla moglie ammalata, e pagare la fondiaria o l’affitto del tugurio, o il canone pel moggio di terra demaniale occupata sulla falda del Vernone. Se al padrone morirà improvvisamente una capra o una pecora – anche se di carbonchio, non fa caso – sarà festa per i suoi piccini e se la scialeranno. La pagherà 40 o 50 centesimi al chilo: non ha dato denaro; ha impegnato invece le sue braccia e sconterà a giornate di lavoro, ma è soddisfatto perché ha visto la nidiata raccolta giuliva intorno al focolare e sgranar gli occhi dal desiderio nell’aspettativa della carne, che nella marmitta bolliva ad acqua e sale; ed alla sera, una volta tanto non si è coricata freddolosa per la fame.
Verrà Natale o Pasqua. Dalle case dei signori esce l’odore delle frittelle ed è gioia dappertutto, ed i più miseri vogliono in tavola il sorriso d’un buon boccone ed un bicchiere di vino. Egli, poveretto ha vissuto giorno per giorno con le sue braccia; la siccità non gli ha dato granone; la malattia ha distrutto le galline alla sua donna, ed a stento cresce un gallo che sarà complimento alla sua padrona, ed avrà in ricambio un pezzo di formaggio bacato o un mezzo quarto di fichi secchi ed acidi: sua moglie ne torrà i vermi e saranno ghiottoneria per i suoi e companatico per lui.
Non una protesta, intanto, né un fremito d’indignazione, né un moto ribelle per sottrarsi al giogo. L’obbedienza cieca e passiva resa più umile dalla miseria, più abbietta dalla costante incertezza dell’avvenire. Cova, alle volte, l’odio nel cuore, e brilla nella cupa oscurità della notte vendicatrice e barbarica, la fiamma incendiaria che distrugge; e manifestazione occulta e violente d’un fiele che trabocca ed annebbia la coscienza e rompe ogni freno di pietà, di ragione, di morale. Egli, il cafone selvaggio, è il vandalo, il bruto criminale nato.
E l’inverno fiocca, e non ha vesti, non letto, non pane e corre al bosco e recide dei rami per una fiammata ai suoi figli, la guardia gli sequestra la scure, lo trascina avanti al giudice del mandamento e gli danno il carcere o la multa. Aveva un asinello vecchio, sbilenco, in lotta continua con un po’ di biada, viveva con lui come persona di famiglia. Non poteva pagare la stalla: fece un cantuccio nell’unica stanza di abitazione e lo allogò. Dormono insieme: egli, la moglie, i figli in un angolo; l’asino intento a scrostare vecchia paglia ammucidita; il suo fedele barbone; un paio di galline, capitale della moglie, per comprare sale con la vendita delle uova; il maialetto cresciuto per poter fare fronte ai debitucci dell’inverno.
Ma son venute le spese di giustizia e l’usciere portò via il maiale e se lo hanno comperato all’asta pubblica ed egli è rimasto ancora debitore e l’asino un giorno si fiaccò il collo, alla discesa del Vernone, indebolito dalla vecchiaia e dalla fame. Ora la miseria e i cenci se li divide col cane e coi suoi marmocchi; In casa si sta più larghi ma fa più freddo. Così trascina i suoi anni, povero ilota, destinato lavorare e a soffrire; martire ignorato della gleba, vecchia macchina, logorata e sdrucita dal consumo e dal bisogno.
Il padrone è tutto; ed egli è nessuno. Il padrone mangia e beve, ha il vino, la carne, il fuoco; veste bene e va in carrozza; vince sempre per torto e per diritto, perché ha i soldi e cammina e se la sa vedere, e tiene protezioni ed è perciò che si chiama padrone, per comandarlo, mungerlo, sfruttarlo, e fare e disfare a modo suo. Si son fatte le scuole elementari; paghiamo un occhio ed il governo le disse scuole del popolo, perché si doveva istruire il popolo. Ma il nostro cafone è cieco; nessuno lo educa, nessuno lo istruisce; e non si vuole che sia educato ed istruito, per non sottrarlo alla schiavitù in cui vegeta. Il contadino delle altre parti d’Italia si unisce, discute, guarda il presente, muove verso il suo avvenire, e fa patti e dà le condizioni del suo lavoro. Egli è macchina-uomo; strumento inconscio; fonte di benessere per altri e di miseria per sé; carne da strapazzo e coscienza che non palpita. E non v’ha chi si commuova; chi getti in quel terreno vergine ed incolto il seme della riflessione sul suo stato di abbrutimento e sulla possibilità di una sorte migliore.
Quando la voce santa di riscossa per l’umile lavoratore della terra? Anziché sfruttarlo e pervertirlo o spingerlo al carcere o agli eccidi chi accoglierà invece le sue lacrime, e difenderà i suoi diritti e muoverà con la fede delle nobili iniziative, con l’ideale del bene sociale, con la costanza dei forti, muoverà alla risoluzione di questo problema umano, che tanto ci interessa, la redenzione, dov’è, del nostro contadino?
Carpino Garganico — Domenico A. Turchi
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