Le antiche tecniche di pesca nel lago di Varano

di Giacomo Melillo, 1925

Antico “sandalo” (ne abbiamo parlato qui)

In questi ultimi anni, in seguito a lavori per una diversa sistemazione, la laguna di Varano è quasi scomparsa. La sua fauna ittiològica, da qualche tempo per varie ragioni già notevolmente ridotta, si può dire che oggi non esiste più. L’opera dell’uomo viene trasformando e distruggendo quel che la natura aveva creato.

Il presente studio è frutto di indagini personali. Per la parte scientifica ho avuto grande aiuto da uno scritto del prof. E. F. Cannaviello14, cui rendo vive grazie.

Sebbene i Comuni interessati alla pesca nella laguna di Varano siano tre: Cagnano, Carpino e Ischitella, non ho tenuto distinte le singole voci dialettali, non presentando foneticamente differenze degne di rilievo.

Presso la foce del lago di Varano si incontrano delle capanne tutte di paglia, di forma tondeggiante, col tetto conico: sono i paggare ‘pagliai’, le abitazioni dei pescatori (vedi fig. 4).

Per la pesca e per traghettare da una sponda all’altra i passeggeri essi si servono di una specie di barca a fondo piatto e senza vela, che chiamano sánnere15 perché ricorda da vicino un ‘sandalo’ «gr. σάνδαλον, lat. sandalum, la calzatura formata di una suola di legno o di cuoio fermata al piede con piccole corregge (vedi fig. 1 e 5 )». Caratteristiche del sánnere, oltre il fondo piatto, sono le spátele s. m. *spatulu, un remo più corto che adoperano da solo (vedi fig. 6f e 5f), e la katene s. f. catena, una trave fissata trasversalmente alle sponde dal lato di poppa16 e sporgente d’ambo i lati per un terzo della sua lunghezza (vedi fig. 6 e fig. 5g), a ciascuna estremità della quale è adattato uno skarme scalmus Rew § 764017 (vedi fig. 6a e 5a) pei remi maggiori (rime, plur. e sing.). Parti dell’ossatura sono il korve s. m.18, che poggia sul fondo e sul fianco del sánnere dal lato  interno e ha forma di gomito (vedi fig. 6e e fig. 5e); la kastannole s. f.19 (vedi fig. 6d e fig. 5d), che abbraccia il korve e fa da sostegno alla tire s.f., una specie di scalmo maggiore che, adattato alla sponda (vedi fig. 6b e fig. 5b), serve per lo spátele, il remo minore. L’assicella trasversale, dove siedono le persone che si fan traghettare (vedi fig. 5i), si chiama segge s. f. «sedile».

Le principali reti da pesca usate a Varano sono:

  1. a sabbeke s. f., sorta di rete a strascico (cfr. it. I. sciabica, ecc. schabaka (ar.) Rew. § 7667, e agg.: nap. sciáveca col dim. sciavechella)20;
  2. u tramagge s. m., sorta di rete fatta a tre file di reti parallele, la mediana con maglie assai strette, le due esterne con maglie lunghe, quadrate (vedi Rew § 8875 *tremaculum e agg.: tar.; tramagghia)21.
  3. a reta fisse s. f.22, formata anch’essa di tre reti parallele, la mediana di refe, le esterne di spago e con maglie uguali;
  4. a rete kuatre s. f., rete di forma quadrata rinchiusa fra quattro funi marginali;
  5. u resacce s. m., rete di forma conica, con un cerchio di ferro nella parte superiore e tanti piombi intorno nella inferiore, che, gettata nell’acqua, s’apre e, avvicinandosi al fondo, si riserra rinchiudendo i pesci, il giacchio dei Toscani (cfr. manfr. res., tar. rus., e v. Ascoli in Aglit. IX, 105-6, D’Ovidio in Aglit. XIII, 423 e Rew. § 7257 retiaculum)23;
  6. n martaviidde s. m., rete a forma conica con più ritrosi, tenuta aperta da cerchi di legno concentrici che vanno gradualmente decrescendo, il bertovello o bertuello dei Toscani (vedi la fig. 2).

L’it. mer. martavello, notevolmente diffuso, risale a. *vertavello da *vertabellu con v-v dissimilati n m-v (vedi Meyer-Luenke in Einfuhr., 161, dove è da aggiungere il berg. bertaèl‘)24. I pescatori di Varano chiamano cerce il cerchio più grande posto alla bocca del bertovello (vedi fig. 2b); cercetedde, i cerchi minori (vedi fig. 2c); femmenedde ‘femminelle’, i ritrosi, i bertovelli minori, interni, messi  in senso inverso al maggiore, che li contiene tutti (vedi fig. 2f)korpe ‘corpo’, la parte larga anteriore (vedi fig. 2d); kudacce (da coda), la parte stretta posteriore (vedi fig. 2e); mazze s.f. mattea Rew. § 5425 il bastone che, esteriormente, va da una estremità all’altra del bertovello e lo tiene teso (vedi fig. 2a); kapezze s. f. ‘capezza‘ Rew. § 1637, la corda che va dal cerce alle mazze e la tien ferma (vedi fig. 2g); mázzere s. m., parimente da mattea, la pietra bucata che tiene immerso, sul fondo, il bertovello (vedi fig. 2h)25.

Questo, che ho descritto, è il tipo più comune di bertovello e, secondo la grandezza, prende i nomi di martavidde (mezzano), –aveddone (grande), –aveddine (piccolo). Ma vi è uno speciale bertovello, adoperato per la pesca delle aterine, chiamato lampe s. f. (cfr., a Orbetello, lampana s. f.) e ve ne ha uno piccolo, cieco, chiamato kudacce, come la parte estrema del martavidde.

Per far affondar nell’acqua i bertovelli i pescatori di Varano si servono di uno strumento di ferro a due punte, a furcine s. f., la ‘forcina’26.

La pesca si fa anche con varie specie di palizzate e cannicci:

  • con le nkanezzate s. f. ‘incannicciata’, parete di cannicci fatta per avviare il pesce in determinate direzioni (vedi fig. 7);
  • con il naseddone s. m. (da nasu, per la forma), apertura a ritroso fatta di cannucce palustri, disposte conicamente in modo da permettere l’entrata del pesce dal mare nel lago e da ostacolarne l’uscita;
  • con la paranze s. f. parantia, lunga palizzata a spina di pesce con frasche nel centro, chiuse da anelli di vimini detti scokke s. m.;
  • e soprattutto con le raeole s. f.27, palizzata fatta di giunchi, canne e alberelli piantati nell’acqua (vedi fig. 8) suddivisa in più parti: u gabbature s. m. (da gabba ‘gabbare’), l’apertura disposta in modo da trarre il pesce in inganno; u scuppature s. m., uno spazio circoscritto dove il pesce va a finire prima di ficcarsi in una specie di corridoio; l’andriole s. f., che sbocca in un altro spazio circoscritto e senza uscita; il mandracce s. m.28, dove viene pescato29.

Molto usata è anche la ‘fiocina’, a fessene s. f. con vocale tonica anormale come nel sic. friscina30‘, ricordato dal Meyer-Luebke senza dichiarazione in Rew. § 3610; nei dialetti dei dintorni di Varano un e di sillaba chiusa può continuare un e come un e di latino tardo.

Per levare dall’acqua il pesce prigioniero nelle reti, nei labirinti, ecc. serve la voike s. f., un  pezzo di rete in forma conica, assicurato a un cerchio di legno innestato in un bastone. Una specie di voike col bastone sostituito da una corda è la le’ peke s. f., dove il pesce pescato si conserva fino al momento di porlo nella kasse s. f., una cassa. Nellale’ peke si suole anche pesare il pesce sulla stadera. Invece le anguille, una volta pescate, i depositano in un grosso cesto caratteristico, u cestone s. m. (vedi fig. 3); le anguille più grosse, che si vogliono ingrassare, si mettono in una specie di cassa in forma di piccola nave, costruita con striacie di legno distanti fra di loro un centimetro circa, u purcelle31.

Le principali qualità di pesci che si pescano nel lago di Varano, sono le seguenti:

  1. Anguilla vulgaris – (a)nnide s. f., termine generico. L’anguilla nata di fresco è chiamata papodde s. f.32; quella che non avendo ancora raggiunta la maturità sessuale, vive nel lago, pantanine s. f. (da ‘pantano’); quella che, raggiunta la maturità sessuale, ha lasciato il lago per il mare, mareteke. L’anguilla di dimensioni maggiori, se maschio, chiamasi la kapemazze s. m.; se femmina, kapetone s. m. Altre varietà d’anguille sono: u mussidde s. m. (da musse muso) Ang. Acutirostris, dal rostro aguzzo33; e u angarone Ang. Latirostris, dal rostro ottuso.
  2. Atherina boyeri – grunnalette s. f. (da ‘grugno’)34.
  3. Atherina rissoi lacustris – lice s. f.
  4. Belone vulgaris – agugge s. f. (cfr. tosc. aguglia, nap. auglie, manfr. agugge, regg. cal., sic. augghia, girg. uglia)35.
  5. Blennius gattoruggine – vavose s. f. (v. Rew. § 853 e agg.: livorn. Portof. bavosa, nmessin. bavusa, sirac., Licata vavusa, gen. bausa, ecc.)36.
  6. Box boops – vope s. f. (v. Merlo in MILomb. XXIII, 293 n. 123 e P. Barbier in RLR. LIII (1910), 56).
  7. Box salpa – sarpe s. f. (cfr. Rew. § 7549 e agg.: nap., manfr., tar., regg. cal. sarpa, ecc.)37.
  8. Chrysophrys aurata – lavuratelaurate s. f. (v. Rew. § 789 e agg.: nap. aurata, manfr. arate, sic. arata, regg. cal. or., livorn. dorata, Licata lauratu, ecc.).
  9. Clupea finta – sardone s. m. (v. Rew. § 7603 e agg.: fior. sardone)38.
  10. Clupea pilchardus – sarde s. f. (v. Rew. § 7603 e agg.: nap., cal., ecc. sarda)39.
  11. Conger vulgaris – grunge s. m. (v. Barbier in RPhFr XXIII, 120, Merlo in Mast. LVIII, 160 e agg.: manfr. runghe, regg. cal. runcu, mess., catan., sir. rungu, [vast. vronghe] Portoferr. gronco).
  12. Corvina nigra – korve de pandane s. m. (cfr. rom. corvo di scoglio, triest. corbèl de sasso)40
  13. Dentex vulgaris – dentale s. m. (v. Rew. § 2561 e agg.: rom. dentale; manfr., dentate, regg. cal. –atu, mess. dintatu; catan., pal., trap. dèntici, sir. rèndici, Licata lèntici).
  14. Dicentrarchus labrax – spinele s. f. (v. Barbier in RLR. LIV (1911), 156 e agg.: manfr., trap. spina: regg. cal., pal. spinula; catan., sir., girg. spinotta). Ha anche nome rannette s. f. (cfr. tosc. ragno) se di grandi dimensioni; pukatte s. f. se piccolo.
  15. Engraulis encrasicholus – ancune (vedi Rew. § 520; Barbier in RLR. LIII (1910), 24; Krepinsky in RoRev. IX (1918), 96 sgg.)41.
  16. Gasterosteus aculeatus – spenariidde s. m. (v. it. spinarello in Rew.§ 8150 e agg.: veron. spinarèl all. a pese spin, trev. spinariola, ecc.)
  17. Gobius ophiucephalus – vavose s. f. (v. qua sopra il n. 5)42.
  18. Mugil capito – garzalonge s. f. (v. it. garza *gargea «branchia; mascella; guancia»; Merlo in AAST. IL, 892)43.
  19. Mugil caphalus – céfele s. m. (v. Rew. § 1819)44. I cefali di media grandezza sono chiamati mezzaniidde s. m., i piccoli, pescati nei naseddune con la voike (vedi sopra), fermatece s. m.. Una varietà che ha la testa più grossa del tronco, ha nome tupparedde s. m..
  20. Mugil chelo – occe nire s. m. e avrute s. f.45.
  21. Mugil salien – sprone s. m. ‘sperone’: ha il muso alquanto aguzzo (cfr. il rom. cèfalo musino)46. Un’altra specie dal corpo meno smilzo ha nome muiidde s. m. (v. Rew. § 5717 e agg.: tosc., march. muggello, abr. mujèlle).
  22. Mullus barbatus – tregga-verace s. f.47.
  23. Mullus surmuletus – tegga-de-funne s. f.48.
  24. Pleuronectes fleusus var. italicus – pássele s. f. (dim. passelicce) passera (Rew. § 6268 e agg.: parm. pèss passra)49.
  25. Solea vulgaris – palaie s. f. (v. Rew. § 6370) e sfullette s. f. (cfr. abr. sfojje, rmg. sfoia)50.
  26. Tinca vulgaris – tenke s. f. (v. Rew. § 8742 e agg.: rom.51 tenca, irp., nap. tenke; sic. tenchia). Se piccola, prende il nome di tenkozze s. f.; se nata di fresco, di maiateke52.
  27. Triglia corax – kuocce53 s. m.54.
  28. Umbrina cirrosa – umbrate s. f. (cfr. tosc. ombrina, trap. lumbrina, ecc.)55.
  29. Petromyzon planeri56 – sukapece (v. Barbier in RLRom. LVI (1931), 238).

Appendice

Aggiungo i nomi di alcuni uccelli palustri; fra i trampolieri: gaddenedde s. f. gallinula chloropus (sciábica); fulica s. f.  fulica atra (folaga); nigge de pandone s. f. ‘nibbio di p.’ pandion haliaetus (falco pescatore); fra i palmipedi: kapeverde s. m. o maddarde anas boschas (germano reale); kaperusse s. m. mareca penelope (fischione) terzedde s. f. nettion crecca (alzavola); tiudde de masse e tiudde suracine s. m. podiceps cristatus (tuffetto col ciuffo); rennella marine sterna hirundo, sterna cantiaca (rondine di mare); korve de pandane phalacro corax carbo (marangone). E chiudo col nome di un piccolo mammifero della famiglia mustelidae, grande divoratore di pesci, la litrie s. f. lutra vulgaris: v., quanto all’etimo, Rew. § 5187, 2 e G. Rohlfs ‘Griechen u. Romanen in Unteritalien‘ Ginevra 1924, p. 97[57].

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– Il saggio di Giacomo Melillo (1892-1929), La pesca nel lago di Varano in quel di Foggia, fu pubblicato nella rivista “L’Italia dialettale”, vol. I, 1925, pp. 252-266.
– Nel trascrivere il testo non sempre è stato possibile mantenere i simboli fonetici utilizzati nell’originale.

1 (Strab. VI, 3, 9.)

2 Hinc Apulia Dauniorum cognomine a duce Diomedis socero. In qua oppidum Salapia, Hannibalis meretricio amore inclytum, Sipontum, Uria: amnis Cerbalus, Dauniorum finis. (Plinio III, 16, 4).

3 (Tol. III, 1, 17).

4 ‘Italiae antiquae ecc.’ Lugduni 1624 (II, 1212).

5 Dauni autem tenent Tifernum, Cliterniam, Larinum, Teanum, denique montent Garganum. Sinus est continuo littore, incinctus nomine Urias, modicus spatio, plerasque asper access. Extra Sipontum. (P. Mela II, 4, 66).

6 ‘Notitia orbis antiqui ecc.’ Lipsia 1701 (II, 885)

7 V. Corpus Inscript. Latin. IX, 66.

8 P. Michel. Man. ‘Fisica Appulo-garganica’ I, 186, 198.

9 V. E. Pais, ‘Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica‘, Torino, (Tip. Ed. Naz.) 1908, 218 n. 3 e 225 n. 1, e G. Del Viscio, ‘Uria‘, Bari, (Soc. Tip. Ed.) 1921, 53 sgg. Rimando specialmente a questo lavoro quanti desiderassero conoscere nei dettagli la questione che ho riassunta qui brevemente.

10 V., per l’a da U. Merlo in Zrph. XXXVII, 726, in ‘Fon. Del dl. Di Sora‘ 239/9, e qua sopra pp. 238-40. [La pròtesi di v, non ignota agli odierni dialetti garganici (v. vuliva oliva, vurlone urlone in Tancredi ‘Voc. dial. garganico‘ 2a ed. Lucerna 1913) si manifesta per ben antica, anteriore al volgere di o proton in a.] C. M.

11 [Il b- si spiega facilmente da una falsa ricostruzione: siamo fra dialetti che rispondono con v- a lat. B-]. C. M.

12 Leandro Alb. ‘Descrittione di tutta Italia‘ Venezia, 1571, 249.

13 Scip. Mazz. ‘Descrittione del Regno di Napoli‘ Napoli 1586, 283.

14 ‘La laguna di Varano‘ Lucera (Frattarolo) 1914.

15 Se di grandi dimensioni, sannarone (pl. -uni); se di piccole, sanaredde *sann. [Cfr. it. I. sandalo «specie di barca… che… pesca poco, onde è di servizio nei bassi fondali» (Tomm. Bell.), nap. sannale id. (Andr.). È il tipo di barca adoperato anche nelle paludi Pontine]. C. M.

16 [Cfr. it. I. catena, bit. cataine, cal., sic.  catina «verga di ferro che si mette tra una muraglia e l’altra per sostenerle» (it. I., bit., cal.); «sbarre e arginature di legname lungo le sponde dei fiumi» (cal.); «sbarra dove si paga il pedaggio» (sic.); abr. catene «nastro, corda, tesi attraverso la strada per impedire il passaggio del corteo nunziale»; ecc.]. C. M.

17 A Manfredonia scarmone [E così a Taranto, di c. a nap. scarme, cal., sic. scarmu, co. scalmu, gen. scarmo, ecc. ecc. Strano l’e del pis. skermo]. C. M.

18 [V. manfred., tar. corve nello stesso senso, e cfr. l’it. lett., cat., ecc. corba «ciascuna delle coste accoppiate che formano l’ossatura del bastimento», cat. corbato «pezzo di rinforzo della sponda», it. I. corbame «l’insieme dell’ossatura», ecc.; da corbis Rew. § 2224]. C. M.

19 [V. manfred., tar. castagnòle «zoccoli, due grossi legni che poggiano sulla sala dei carri». Forse da costa Rew. § 2279 (cfr. sic. custana «travicello, corrente piana»); è propriamente un pezzo di legno lungo il fianco, la costa]. C. M.

20 [V. ancora co. sciabica (dim. –icotu, Ba. –igottu), tar. sciabica (dim. –ichiddo), cal. sciàbbaca (accr. –acuni), sic. –ica «sciabica»; abr. sciàbbeche s. f. «battello leggiero di pesca (fissa un capo della rete sulla riva e va in giro con l’altro)». Der.; cal. sciabbicaru, cal. sciabbacòtu, sic. –icotu «pescatore addetto alla sciabica»; cal. sciabbachiare ‘-eggiare’ «gettar la sciabica».
‘È la rete più usuale di che si servono i marinai del nostro littorale’ (Moris.), ‘prende ogni sorta di pesce anche minuto’ (D’A., Acc., De Vinc.), e fa grandi prede. Di qui forse i traslati: cal. sciábbaca meretrice; nap. sciavecone (f. –ona), di chi riceve ogni sorta di donne (ogni sorta di uomini); ort. sciabbecòtte «uomo rotto alla mala vita» (a Ter., tit. spreg. Di abitante di marina); nap. sciavecaria «quisquilia, cose da nulla», cal. sciabbachiare «dirne e farne di ogni maniera» (cfr. tar. mena a sc. «raccogliere il buono e il cattivo quando torni utile»); sic. sciábbica «gozzoviglia» –abbachiari «gozzovigliare».
Il cal. tirare a . sciábbaca, detto per ischerzo a chi non fa nulla (Moris.) – non è pesca che possa farsi tutti i giorni e in ogni stagione – ci spiegherà l’irp. sciavechejá «far buon tempo, oziare»; e il fatto che ogni scaibica richieda l’opera di più pescatori, che vi siano addette parecchie persone, le quali fanno società insieme, ci spiegherà l’abr. di Ari è dde la sciabbeca nòstre «è dei nostri, del nostro partito» e il nome di sciaveca, dato a Napoli alla compagnia di sacerdoti ordinata da S. Gaetano Tiene, la cui missione era di predicare per le piazze più popolari della città e per i luoghi di dissipazione e di ozi popolari (D’A.)]. C. M.

21 [Circa alla derivazione del gen. tremagu, del ven. tramago, e in genere degli esiti italiani, dal fr. trem., tramail (vedi Rew I. c.), siano consentite le più ampie riserve Se non si vuole ammettere con l’Ascoli un filone di *-gl- da -kl-, non basta per l’Italia un imprestito genovese? Vedi più avanti la n. 23]. C. M.

22 ‘La rete fissa’, detta anche retambicce s. f. [E sarà un ‘rete impiccia’ (=imbroglia!). ‘Impicciare’ per «imbrogliare, intricare» e ‘impiccio’ per «imbroglio, bega», ‘spicciare’ per «sbrogliare, sbrigare» son voci ital. Meridionali; basti ricordare i bei composti abr. mbicc-e-mrujje s. m. «rabattino», agn. mpicciacannielle (= ingombra cann.) «arruffamatasse», ecc.]. C. M.

23 [Contrariamente a quanto scrisse il Bartoli in ‘Dalm.’ II, 433, il pugl. rus., resacchie non conferma un bel nulla, il -s- essendo difficoltà ben più grave di quel che non si sia l’agghiu del cal., sic. rizzagghiu e l’-aju, –aghiurezzajuruzzaghiu. Nei dial. pugliesi a -tj risponde -zz, e non -s-; si vedano gli esiti di retia, sicuramente indigeni e tutti zz senza eccezione. Un imprestito genovese è qui più che probabile; Né suffisso sorprende ché, abituati com’erano i marinai pugliesei a risponder con cc ai gg da -cl- della Liguria, potevano trasformare in resacco il lig. resaggu.

24 [Una dissimil., ch’è a un tempo stesso una assimilazione, ci offre il co. bertarellu, propr. lu vertar. da *vertavellu]. C. M.

25 Cfr. M. Gargiullo ‘La pesca nel Tirreno‘ Monteleone Calabro 1924, a p. 52.

26 [Nei dial. Pugliesi sett. (garg., bit., tar., ecc.) ‘forcina’ è la ‘forchetta’]. C. M.

27 [È voce notevolissima, bastando da sé sola a provare che i pescatori di Varano appresero da quei di Chioggia questo genere di pesca. È il ven. grisiola «graticcio fatto di cannucce palustri ecc.» (Boerio) (da cratis*), adattato alla fonetica locale (v. r– da gr- e –è– da sj- ); solo si può far questione se al momento dell’imprestito la voce veneziana già suonasse gri– , o grai– che non avrebbe dato esito diverso. Anche il grisòla «arnese fatto di cannucce palustri ecc.» registrato nel Tommaseo-Bellini e nel Petrocchi, proverrà dalla Venezia, alla quale la creazione sembra circoscritta: v. pad. grisola, vic. grisola, trev. grisiole s. pl., triest. grisiola, ecc. «graticcio, canniccio»** E sarà da dire lo stesso del frl. grisòle «stuoia di cannucce per soppalchi» (Pir.)]. C. M.
* Cfr. il pur ven. grada t. dei pesc. «ordine in forma di grata, con cui… si fanno passare i pesci più piccoli da un luogo all’altro mettendolo come porta della chiavica» (Boerio), il parm. gradara «chiusura fatta con graticcio dai pescatori nelle valli» (Malasp.), ecc.
** Quanto al suffisso, v. Vidossich in ‘ArchTriest.’ XXIV, 73 (§ 108a).

28 [È ‘il punto in cui il pesce, percorso intero il labirinto, s’affolla senza speranza d’uscita’; come il sic. mandracchiu (lo stesso che zaccanu) è ‘il punto in cui pecore e capre si adunano e affollano onde essere munte’ (Mort.); con il nap. mandracchie*, ven. mandrachio (?), triest. mandracio, gen. mandraccio, ecc. «la parte interna del porto» è ‘il punto in cui le barche e navicelli si affoltano al riparo dai marosi, dalla tempesta’. In quest’ultimo senso la voce è pur del greco moderno. L’origine germanica e araba della voce, affermata da qualche lessico, non ha fondamento: quanto all’arabo, ma ne fa sicuro l’autorità di un illustre orientalista, il collega Nallino, a cui ne ho chiesto. Resta a vedere se si tratti di creazione greca o latina, romanza. Confesso che non riesco a decidermi.]
* Passato a indicare anche a indicare l’attiguo quartiere della grande metropoli; e lo stesso mi dicono sia avvenuto a Livorno.

29 Aggiungo qui, in nota, alcuni nomi di ‘labirinti da pesca’: Orbetello, un tempo nassaro (da nassa Rew. § 5838) oggi bondanone; Comacchio lavoriero; ven. cogolera [v. Schuchardt ‘An Ad. Mussofia‘ Graz 1905, p. 31]; Oristano parada.

30 [E fiscina. Il cal. friccina accenna a una contaminazione seriore con ‘freccia’ – cal. friccia]. C. M.

31 [Deve trattarsi di un altro imprestito veneziano, del ven. burchielo specie di barca piatta, coperta. Cfr., nel Boerio, burchio da pesse «specie di barchetta, battelletto tutto coperto e traforato, dove si custodisce vivo il pesce preso»]. C. M.

32 Pis. Pist. cièca, it. ciccolina; berg. bisela; regg. anguila pzéina; ecc.

33 Orbet. anguilla gentile, sic. anghidda gentili; livorn. anguilla di rena; ecc.

34 Nap. capoccione, liv., Portoferraio capòzzola; sic. c(u)runedda; gen. occion; ecc.

35 E tar. aco; rom. agugella; [co. cucéllula]

36 V. ancora: fior. pretessa; Augusta (sic.) iadduffu, catan. cadduffu; palerm. patuvanu; ecc.

37 Pal. manciarracina (v. racina uva).

38 Sirac., Licata saraca, catan. saracheddu, tosc. salacchina (v. Rew. § 7521); sic. alaccia (v. 4001).

39 Catan. fimminedda.

40 Livorn. ombrina di scoglio; fior. locca (v. Barbier in RPhFr. XXIII, 128).

41 Rom. alice, nap., tar. -e, regg. cal. alicia, acc. (v. Rew. § 4001).

42 Molf. cheggiouene, tar. coggione (v. Merlo in AAST, XLII, 312); sic. urgiuni [da ‘gorgia’ Rew. § 3921]; nap., tar. mazzone, sic. mazzuni [da mattea Rew. § 5425].

43 Rom. calamita, Portoferraio ciorita.

44 Rom. cefalo verocefalo mattarello, cat. mattareddu [Rew. § 5402, 2]; tosc. muggine caparello [da agg. Ai nomi di pesci deriv. Dal radic. cap- registrati dal Barbier in RPhFr. XX (1906), f. 2°]; notig. lampuni [v. Merlo in MILomb. XVIII, 295 n. 145]; mess. cirinu.

45 Liv. muggine nero; rom. cefalo di pietra, mess., cat. cefaluni, mess. tistuni, Terranova capulatu (vedi sopra caparello); palerm. mulettu cafaluni, Augusta mulettu di fangu (v. Rew. § 5732).

46 E v. ancora il fior. filzetta.

47 Girg., Licata trigghia di fangu, Portoferraio triglia di fango; livorn. triglia di fondo; fior. triglia di rena, ecc.; rmgn. barbon (da ‘barba’).

48 Nap. trella, tar. tregge (v. Rew. § 8902); tosc. triglia di scoglio; sic. sparacalaci.

49 Catan., sirac. panta (=saccoccia); mess. pèttina russa.

50 Sic. linguata rom. linguattola (da ‘lingua’).

51 Rom. anche scuffione.

52 I punti sott’acqua in cui si pongono piccoli ramicelli per invogliare le tinche e le aterine a deporvi le uova, chiamansi fetature s. m. (da feta fetare Rew. § 3270 «deporre le uova»).

53 [È un bel continuatore di cocceus (da coccum – di colore scarlatto); v. ThLL. III 1391 e cfr., fra i nomi della «triglia» che muovono dalla stessa idea, il messin. kokkinu Rew. § 2008, 2, l’abr. rusciole s. m. Rew. § 7464, il fr. rouget s.m.]. C. M.

54 Rom. cappone panaricolo; sic. rinninuni (=rondone); toscano gallinella.

55 Rom. corvo, manfr. kuurve (dim. kurvidde), tar. kurviidde, girg. kuruveddu (da agg. agli esiti registrati in Rew. § 2269).

56 Le lamprede, propriamente, non sono pesci, ma ciclostomi.

57 [La voce di Varano, col suo i, contrasta con la recisa affermazione del Rohlfs l. c., che l’i da gr. O sia circoscritto alla zona esterna del nostro mezzogiorno]. C. M.

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